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Racconti di mare: "Giulietta e Romeo" - Foto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Giulietta e Romeo

#lestoriedelcatamarano

GIULIETTA E ROMEO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

Le onde battevano dolcemente sulla banchina di porfido arsa dal sole, macchiata dalle alghe e dal guano degli uccelli marini.

La scia del sole sul mare formava una strada che arrivava davanti ai piedi di chi guardava, così compatta che sembrava di poterci camminare sopra. A quell’ora il molo era quasi vuoto; resisteva solo un chiosco, solitario come una garitta, ultimo avamposto prima delle trincee nemiche con i cecchini acquattati dentro.

L’uomo si avvicinò e chiese acqua, limone e sale. La bevve a sorsi lenti, gustando il salato che si fondeva con l’aspro, accarezzato dalle bollicine del selz che facevano prurito alla lingua. Quando ebbe finito, schioccò la lingua sul palato e si avviò verso le barche ormeggiate in fondo alla darsena, ai pontili galleggianti.

 

Era luglio a Catania, un luglio caldo e pigro. La città lavorava con il ritmo lento dei posti caldi e, dopo pranzo, tutti rimanevano chiusi negli uffici o in casa.

Pochi marinai si avventuravano per il  porto per commissioni o per spezzare la monotonia di una giornata di attesa a bordo. Era l’ultimo giorno di preparazione per le barche in partenza, perché di lì a poco sarebbero arrivati gli equipaggi dei charter per la nuova settimana.

In mezzo a monoscafi, più o meno della stessa dimensione, svettava il grande catamarano bianco con la coppia indaffarata a cambiare lenzuola e asciugamani, pulire cabine e fare il tagliando ai motori. I due andavano su e giù quasi senza parlarsi, seguendo un movimento coordinato in cui era evidente che ognuno sapeva esattamente dove mettere i piedi e cosa fare, un momento dopo l’altro.

 

Erano arrivati il giorno prima dalle Eolie, dopo quindici giorni di charter con due coppie di russi bevitori e mangiatori di aragoste; l’indomani sarebbe arrivata una famiglia dalla Spagna per accompagnarli sino a Cefalonia e fare poi il giro delle Isole Ioniche del Sud.

Gli spagnoli avevano resistito a tutti i tentativi di dissuasione relativi alla traversata e avevano voluto per forza raggiungerli a Catania, costringendoli, quindi, a preparare la barca in fretta e furia, fare cambusa, nafta e pulizie, perché sarebbero partiti subito dopo il loro arrivo.

 

I clienti arrivarono puntuali, una coppia della stessa loro età, vestita con semplicità ed eleganza. Arrivarono con il taxi di fronte alla barca; il marito si affrettò ad uscire dalla macchina per aiutare sua moglie a scendere, mentre i due bambini sgattaiolavano fuori per guardare il catamarano a bocca aperta. Il comandante e la sua metà, a loro volta, aspettavano di fronte alla passerella con la divisa della barca e la maglietta pulita. In pozzetto fiori freschi sul tavolo e nella dinette frutta fresca e la cambusa piena.

Dopo i  saluti e le cordialità di rito iniziarono l’imbarco dei bagagli e l’assegnazione delle cabine. In tutto quel bailamme, la spagnola non toccò più che il suo beauty case. Quello che il comandante non faceva in tempo a prendere il marito si affrettava a portare e a riporre nella cabina, sempre con un sorriso e una parola affettuosa per la moglie.

L’intercalare più frequente era “Amor de mi vida”.

 

Finito l’imbarco si era fatta sera; quindi, misero a tavola gli ospiti, servirono la cena e si predisposero a mollare gli ormeggi per percorrere le 230 miglia sino a Cefalonia. Sarebbero arrivati due giorni dopo .

La traversata trascorse tranquilla, in mezzo ad albe e tramonti pirotecnici e con un bel tonno pescato in mezzo allo Ionio.

Il lessico degli spagnoli durante il tragitto rimase in tono con l’inizio: “Amor de mi vida”, “Corazon”, “Mi vida”. Si guardavano negli occhi e si abbracciavano con un bicchiere di prosecco freddo, guardando il tramonto o i delfini. Di solito i bambini giocavano tranquilli in dinette.

Lui era attento ad ogni dettaglio: le chiedeva cosa gradisse e faceva in modo che avesse quello che desiderava un istante prima di essersi resa conto che lo desiderava.

 

La mattina del secondo giorno la hostess iniziò a guardare il consorte skipper con una vaga attesa in fondo agli occhi. Non che ci fosse niente di diverso dal solito… Il lavoro era come gli altri: di notte i turni, la mattina presto la colazione da preparare, si alternavano per il pranzo, lui raccontava nel suo spagnolo approssimativo avventure di mare intrattenendo gli ospiti…

Però… Però la mattina del secondo giorno lei si rese conto che da anni il marito si rivolgeva a lei con il tono con cui si sarebbe rivolto ad una stipendiata che lavorava per lui e cercava di ricordarsi se mai fosse stato vagamente affettuoso con lei come i loro ospiti tra di loro.

Quell’atmosfera di amore e armonia indicava, anche dolorosamente, che non era impossibile essere felici insieme.

 

Quando arrivarono ad Argostoli, due grandi tartarughe, buone padrone di casa, vennero loro incontro nella baia a dare il benvenuto. Lei servì il pranzo in tavola appena terminato di aiutare il marito ad ormeggiare in banchina. L’aria condizionata emetteva un ronzio sommesso.

Gli ospiti andarono a recuperare il sonno in cabina e i due si ritrovarono a pranzare, finalmente soli, in dinette. La stanchezza era tanta, ma non impedì a lei di preparare anche per loro una tavola ben apparecchiata e un pranzo degno.

 

Tentò un approccio dolce con il marito:

“Che bella traversata, sei stato bravissimo!”

“Vabbè! E’ andata come al solito. Per fortuna abbiamo evitato il tempaccio sullo stretto.”

“Vuoi vino?”

“Sì, grazie… così me ne vado in cuccetta a dormire.”

 

E così fu! Mentre lei lavava i piatti, lui andò nella sua cabina all’estrema prua a dormire.

Quando finalmente anche lei raggiunse la sua cameretta, nello scafo opposto a quello del marito, la temperatura era di 50 gradi e dalla cabina del marito usciva un russamento che superava anche il rumore del generatore acceso.

Sconsolata, fece il possibile per recuperare qualche minuto di sonno.

 

Per fortuna, la sera la famigliola degli ospiti andò alla scoperta della cittadina, cenando tutti e quattro al ristorante, e lei poté riposarsi, preparando di nuovo solo per due, ma si ripeté la scena del pranzo.

La tavola apparecchiata con una candela sopra, l’Etna Bianco nella glacette… Appena finito di cenare, il marito si mise a fissare l’iPad con le previsioni e la cartografia per i giorni successivi.

“Andiamo a Itaca domani?”

“Sgnh”

“Oppure potremmo andare ad Atokos: è così bella! Ti ricordi due anni fa?”

“Sghnar”

 

Capita l’antifona, smise di insistere  e, appena finito di rigovernare, andò in cuccetta, giusto in tempo per sentire gli spagnoli che rientravano.

“Amor cuidate de la paserela… Espera: te aiudo! Chicos esperais alla, ahora llego”

 

La cabina della coppia iberica era adiacente alla sua e, malgrado morisse di sonno, dovette partecipare suo malgrado all’amplesso  appassionato all’altro capo della paratia.

Facevano l’amore come due adolescenti.

Dopo cinque minuti, prese il pacchetto di sigarette che teneva nello stipo in fondo alla cuccetta per i casi di emergenza, salì a prua e si mise a fumare nervosamente per un tempo indefinito, guardando la luna che oramai era al terzo quarto e rivestiva il porto e le colline circostanti di luce azzurra come  un incantesimo.

Finalmente smisero e sentì che per qualche motivo lui stava salendo in dinette.

Ebbe una folgorazione: in una frazione di secondo si tolse la camicia da notte e si mise a farsi la doccia a prua, nuda sotto la luna.

Non era una ragazzina, ma portava bene i suoi quasi quarant’anni. Stava in piedi girata verso la baia, con la pelle bagnata lucida e azzurra, con la doccetta di bordo in mano… Si insaponava lentamente. Sapeva che non poteva non essere vista da una persona che fosse salita in quadrato.

Quando ebbe finito chiuse la doccia, si asciugò con calma e si rimise in cuccetta.

Il russamento dallo scafo accanto non si era interrotto neanche per un secondo.

 

Il giorno seguente, di buon ora, mentre lei preparava la colazione, il maritino modello salì come di consueto per prendere il caffè da  portare alla moglie in cabina, mentre tutti gli altri ancora dormivano.

Quella mattina la guardò fisso e non le tolse gli occhi di dosso per tutto il tempo che ci mise a caricare la macchina Nespresso e a preparare il caffè… E non fu poco, perché continuò a sbagliare la cialda da inserire.

E cercava e parlava e guardava.

Lei sorrideva, facendo finta di non accorgersi della nuova attenzione, mentre continuava a preparare tè, succhi di frutta e pane tostato. Invece dei soliti bermuda blu, aveva messo gli short di jeans e una camicetta bianca immacolata.

 

La crociera proseguì quasi tranquilla per altri tre giorni.

Quando arrivarono a Kastos fu necessario scendere per andare a cercare provviste fresche e, siccome erano alla fonda, doveva sbarcare lei da sola per non lasciare incustodita la barca. Lo spagnolo si offrì di accompagnarla. La cosa sul momento non piacque alla moglie, ma lui intavolò una serie di scuse e salì sul gommone di servizio con lei, mentre i bambini facevano una gara di tuffi da prua.

Racconti di mare: Giulietta e Romeo - Photo courtesy: Giampaolo Cantini
Photo Courtesy: Giampaolo Cantini

Arrivati a terra si guardarono intorno e si addentrarono nel minuscolo villaggio. Dopo aver voltato il primo angolo, senza dirsi niente, si guardarono e si baciarono come sub a corto di aria. La passeggiata proseguì tra spesa e baci e terminò con un amplesso in mezzo alla natura, veloce ma degno di un telefilm.

Al rientro, lei si mise a preparare il pranzo, mentre lui preparò il solito cocktail aperitivo per la moglie. Dell’accaduto non si parlò più, ma con il passar delle ore la moglie aveva un lampo di insicurezza negli occhi che non riusciva a definire.

 

Dopo due giorni, la vacanza degli spagnoli terminò: la coppia sbarcò di nuovo ad Argostoli insieme ai suoi bambini entusiasti, con saluti e complimenti.

Anche se non tutti seppero il perché,  più di una persona si sentì sollevata.

Racconti di mare: "Il gatto" di Giampaolo Cantini - Storie del porto

Racconti di mare: Il gatto

IL GATTO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La pagina Facebook era piena di messaggi di cordoglio: uno diceva RIP, l’altro riportava una vecchia foto di gruppo della scuola, un altro ancora aveva la foto di una madonnina piangente,  un interminabile elenco di condoglianze in tedesco. L’uomo scrollava la pagina come se stesse guardando le previsioni del tempo. Man mano che apparivano le foto dello scomparso si potevano riconoscere delle vaghe somiglianze.

Non vedeva suo figlio da più di 10 anni e stava apprendendo in quel momento che non gli era sopravvissuto.

Ad un tratto chiuse il coperchio del laptop e si alzò dal  gabinetto marino; posò il computer e si guardò con cura intorno. Poi tornò indietro e cominciò ad alzare i cuscini della dinette, uno ad uno.

I cuscini erano blu stinto e pieni di macchie, l’ambiente era ingombro di vecchie cose da riparare: una vecchia radio vhf, lo schermo di un radar, attrezzi di tutti i tipi occupavano il tavolo. Su una parete un tornio unto con sopra pezzetti di ferro contorti; sei occhi gialli seguivano i suoi movimenti da angoli diversi della cabina. La barca era un vecchio peschereccio di legno adattato a barca da diporto e, ora, ad abitazione galleggiante male in arnese.

L’uomo aveva gli occhi azzurri e vivaci, il viso pieno di rughe come le persone che passano troppo tempo al sole, le mani nere e piene di calli, i capelli lunghi e unti. Qualche mozzicone di dente aggrappato alle gengive lo faceva sembrare una strega delle favole.

 

Tempo addietro qualcuno aveva lasciato un cartone con dei gattini vicino al cassonetto del molo. Lui li aveva raccolti e da quel momento era nata la colonia felina del vecchio peschereccio, come ereditare un asilo di bambini monelli.

Quella mattina era sparito il tigrato rosso e bianco: non voleva saperne di uscire fuori. L’uomo aveva letto da qualche parte su internet che gli animali quando stanno male si nascondono e  lo stava cercando con ostinazione.

A un tratto sentì  qualcuno che lo chiamava dal molo: decise di fare una pausa nella ricerca ed uscì. Erano due italiani di passaggio in porto che avevano bisogno di un lavoro sul loro catamarano; disse loro che avrebbero dovuto aspettare che finisse quello che stava facendo, senza specificare cosa fosse. La ricerca continuò per un pezzo.

Alla fine della giornata, stanco di girare a vuoto, si presentò finalmente da loro per fare la riparazione richiesta.

 

Marius aveva sempre guardato gli italiani con sospetto. Quella gente vestita in modo curato e prevedibile, che si salutava a voce alta toccandosi con abbracci e grandi pacche sulle spalle, gli destava un sentimento che oscillava tra l’ammirazione e il fastidio.

Era fermo a La Linea de la Concepcion da 10 anni, ma la barca che stava preparando era quasi pronta e, finalmente, di lì a poco avrebbe potuto attraversare anche lui l’oceano, così come tutte quelle persone che vedeva passare da lì anno dopo anno. In fondo, mancava solo l’albero e il sartiame da rifare.

Era arrivato da Amburgo quasi per caso, dopo che lo avevano licenziato dall’officina di camion dove lavorava, perché aveva rimontato male le valvole di un tir che si era poi fermato in Serbia.

Dopo il licenziamento, la moglie lo aveva lasciato e gli aveva impedito di rivedere i figli; allora aveva preso la sua vecchia station wagon caricata con tutto quello che possedeva ed aveva guidato sin dove aveva potuto: la costa europea di fronte all’Africa, uno dei grandi confini del mondo.

Facendo lavoretti si era comprato una barca su cui vivere (il vecchio peschereccio pieno  di rottami ed inclinato su un lato,  ora anche pieno di gatti) ed una barca su cui sognare, un vecchio sloop inglese da riparare.

 

Il lavoro sul catamarano era stato semplice e alla fine del giorno successivo aveva riparato e sistemato varie altre cosette; aveva guadagnato duecento euro ed una bottiglia di vino italiano: andava bene così.

Tornato a bordo chiamò di nuovo il gatto fuggiasco, ma non ci fu nessuna risposta. Si cucinò una minestra sul fornello unto, bevve il vino italiano e si mise a dormire, rassegnato alla perdita.

 

La mattina dopo, come d’abitudine, si svegliò con calma. Con il cuore pesante uscì per commissioni e si trattenne per tutto il pomeriggio.

Passando davanti alla chiesa del paese guardò il campanile e, senza pensarci, entrò; si rese conto che non andava in un posto simile da quando era bambino. La chiesa aveva archi alti ed era completamente dipinta di bianco; in una cappella laterale c’erano ex voto fatti con modelli di barche e quadretti con mari in tempesta e marinai che pregavano come dei fumetti.

“Che stupidaggini” pensò e fece per uscire, quando vide un tabernacolo con altri ex voto di parenti mai tornati dal mare. Senza un motivo, mise due euro nella cassetta ed accese una candela.

Al suo ritorno otto occhi gialli lo guardavano dalla falchetta del peschereccio in attesa della loro cena.

Sorrise e pianse e risalì a bordo per preparare la cena.

Racconti di mare: Il controesodo di Giampaolo Cantini - Storie del Porto

Racconti di mare: Il controesodo

IL CONTROESODO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

All’inizio quasi nessuno ci fece caso o, piuttosto, quasi nessuno dichiarò di farci caso.

Iniziarono i cinesi, un po’ alla volta. Un negozio di casalinghi chiudeva in una via adiacente al corso, poi uno di abbigliamento in periferia, un altro casalinghi a poca distanza, poi quello che vendeva i led e le apparecchiature elettroniche a poco prezzo, poi era la volta di quel bar un po’ triste in periferia dove il barista aveva i capelli spettinati e alla cassa c’era quel ragazzotto cinese che sembrava uscito da un film di arti marziali. Chiusero anche quelli.

“Poco male” si disse la gente. “tanto coi cinesi chi ci ha mai fatto amicizia. Sono mafiosi!”

Però i proprietari delle mura dei negozi e i baristi spettinati (e con la forfora) rimasero senza affitto e senza stipendio.

 

Quando iniziarono a partire i filippini, la cosa iniziò a prendere un aspetto un po’ più definito. Negli aeroporti lunghe e ordinate code al gate per Manila.

Nelle case rimasero polvere e anziani lasciati soli dai figli e dai nipoti, anche perché le persone dell’Est, che li sostituivano nel frattempo, erano tornate a casa pure quelle. Romania, Moldavia, Ucraina… Con i loro pulmini che partivano dalla periferia delle città rientravano muratori, cameriere, badanti e anche delinquenti e mafiosi.

 

Tutti a casa a riprendere il lavoro nei campi e a godere le loro città, che nel frattempo erano diventate piene di luci, con i negozi forniti di ogni ben di dio, con i servizi pubblici e con la polizia che funzionavano e con le scuole piene di bambini.

Già, le scuole! Dopo che se ne furono ripartiti anche i peruviani, dovettero accorpare istituti su istituti: erano rimaste solo classi con bambini italiani, ma si trattava di 2 o 3 per classe. Adesso per portare i figli a scuola bisognava fare parecchi chilometri, visto che un quartiere solo non bastava più a riempirne una, ma ce ne volevano tre o anche quattro.

 

La partenza dei delinquenti aveva gettato nello sconforto coloro che si erano armati in casa, aspettando che qualcuno li rapinasse. Adesso non c’era neanche più la speranza che qualche est europeo gli si intrufolasse dentro casa. Questi passavano mestamente le loro giornate facendo al tirassegno con le lattine di birra vuote messe in cima ai muretti e scommettendo con i vicini di casa se avrebbero fatto centro o no.

 

Il primo egiziano che partì inventò una scusa: disse che doveva andare a visitare la Mecca, ma non tornò mai più. Lo seguirono i fratelli e poi i cugini e poi i cugini dei cugini.

Molti dissero: “Chi se ne importa, tanto a me il kebab fa schifo. Uno straniero di meno, meglio!”

Oltre ai kebabbari chiusero anche quasi tutte le pizzerie, perché i pizzettari erano egiziani.

 

Dopo gli egiziani partirono i marocchini e per avere una bottiglia d’acqua o una Coca Cola sulla spiaggia bisognava fare chilometri, visto che nessuno più la portava ai bagnanti. E, come queste, molte altre piccole comodità che tutti davano per scontate svanirono in uno schioccar di dita… Per non parlare dei cantieri edili che si fermarono quasi completamente.

 

Oltre al personale di servizio, alle badanti, ai muratori, partirono anche tutte le infermiere e i paramedici che lavoravano nelle cliniche private. Chi tornava in India, chi in Iran, chi in Sud America… Fatto sta che molte cliniche private si trovarono, da un giorno all’altro, senza nessuno che potesse seguire i malati. Sicuramente senza nessuno che lo facesse ai prezzi a cui lo facevano gli stranieri.

Il risultato fu che molte cliniche furono costrette a chiudere e quelle rimanenti facevano dei prezzi che si potevano permettere pochissime persone, che, tra l’altro, alla fine sceglievano di farsi curare all’estero.

 

Il momento più commovente fu quando partirono gli africani. Come le anguille tornano al Mar dei Sargassi, come i salmoni risalgono i fiumi dopo migliaia di chilometri di migrazioni seguendo un misterioso istinto, anche gli africani si ritrovarono in massa sulle spiagge del Sud Italia: Lampedusa, Catania, Siracusa, la Calabria, la Puglia. Partivano con ogni mezzo che galleggiasse e si allontanavano verso le coste del loro continente. Naturalmente qualcuno moriva durante il percorso, ma non gli importava: dovevano seguire il loro destino.

 

Il mercato agroalimentare subì un contraccolpo mortale. Nessuno raccoglieva più i pomodori, i cocomeri, le olive, le mele…  Nessuno caricava cassette sui trattori e sui camion. Gli italiani erano totalmente impreparati a fare quei lavori, ma non basta: nessuno era disposto a farlo ai prezzi che avevano accettato gli africani! Quindi, la frutta e gli ortaggi rimanevano sulle piante o marcivano a terra. La maggior parte delle imprese fu costretta a chiudere.

 

Quando i prezzi della terra furono al minimo, astuti mercanti tedeschi comprarono per un tozzo di pane quasi tutta la terra coltivabile e gli italiani, che una volta si erano rifiutati di fare quei lavori, nel giro di poco furono costretti a farli ai prezzi degli africani.

 

Quando se ne andarono anche i bangla, nessun negozio di frutta e verdura o di bibite rimase più aperto dopo le 7 di sera. Il risultato fu che nelle città sembrò che ci fosse il coprifuoco: non usciva quasi più nessuno.

 

Nel giro di un paio di anni il paese cambiò faccia. Per strada solo bianchi vecchi e vecchissimi. I pochi giovani che erano rimasti giravano con aria spersa.

 

I grandi supermercati e i centri commerciali piano piano chiusero e sembrò di essere ritornati agli Anni 70. L’alimentari di quartiere con un prodotto per ogni genere, abbigliamento senza griffe in cui si chiedeva un paio di calzoni o un paio di scarpe… Anche le automobili, oramai, erano solo italiane e di due o tre modelli, perché nessuno poteva più permettersi auto straniere, visto il tracollo che aveva subito l’economia. I voli low cost non fermavano più in Italia; c’era solo Alitalia e un biglietto Roma Milano tornò a costare come ai tempi delle lire, ma in euro: 450 euro andata e ritorno.

 

Adesso devo smettere di scrivere, tra poco scatta l’ora decisa per il  razionamento dell’energia elettrica e rischio di non poter salvare il racconto se mi staccano la corrente.

Racconti di mare: Non vi allontanate - Storie del porto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Non vi allontanate

NON VI ALLONTANATE

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Non vi allontanate, non strillate, non tiratevi la sabbia, non fate il bagno da soli, non fate a botte” disse l’uomo, mentre spalmava di crema due bambini, un maschio e una femmina di circa 9 e 10 anni.

Sul lettino accanto a lui una ragazza visibilmente più giovane prendeva il sole con grandi occhiali scuri ed un costume minuscolo.

Il sole di luglio non dava scampo quel giorno e tutti si erano riversati al mare.

Il grande  stabilimento balneare di legno bianco sembrava la tolda di una nave degli Anni Cinquanta. Dietro al bancone del bar, alcuni ragazzi erano  indaffarati a servire bibite ghiacciate per le decine di tavolini seminati intorno, con persone di tutte le età in occhiali da sole e costume, marchiati dai tatuaggi più disparati.

Dagli altoparlanti una musica fastidiosa e tutta uguale copriva il rumore delle onde e dei gabbiani e il vocio dei bagnanti.

“Ma non toccavano a tua moglie questo weekend?” chiese la ragazza, senza aspettare che  i bambini fossero sufficientemente  lontani.

“No. Luglio è tutto nostro… Ma tu non preoccuparti: ci penso io!”

“Non pretenderai che ci pensi io, spero”.

L’uomo rivolse gli occhi al cielo e si appoggiò alla sdraio con un quotidiano sportivo in mano.

Un vago senso di angoscia non gli dava pace, ma non riusciva a coglierne la causa e, soprattutto, evitava di pensarci. Si immerse nella lettura.

Racconti di mare: Non vi allontanate - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Macchia mediterranea
© Giampaolo Cantini

Dietro lo stabilimento, la duna sabbiosa coperta di macchia mediterranea resisteva eroicamente all’assedio degli stabilimenti che, per fortuna, durava solo poche settimane l’anno.

Di fronte a lui, sul bagnasciuga, la figlia iniziò a tirare i capelli ad un’altra bambina, mentre il fratello urlava come un gabbiano. L’uomo fece finta di niente e alzò il giornale sulla faccia a mo’ di sbarramento.

 

Sotto l’ombrellone accanto, due uomini con capelli e barba curatissimi parlavano animatamente a bassa voce; la vicinanza faceva arrivare brandelli di discorso.

“Lo so che tu hai lasciato il tuo compagno, ma io non so come dirglielo. Devi considerare che ci sono anche i ragazzi, è una cosa delicata”.

“Sarà delicato, ma stiamo insieme da quattro anni e ancora viviamo in clandestinità!”

“Sì, ma lei non se lo aspetta e poi vivo ancora a casa sua”

“Appunto! Non pensi che sia ora di fare chiarezza? Anche perché tua moglie si sarà fatta delle domande… Da dove provengono i regali che ti faccio… o no?”

“Ma sì, ma vedi… Lei pensa che sia una zia che ha sempre avuto un debole per me che mi vizia… Per quello non c’è problema”.

“Il problema c’è per me, però!”

 

Adesso era intervenuta la madre della bambina con i capelli tirati, che aveva separato le due belligeranti e cercava i genitori della piccola lottatrice, trattenendola per il braccio mentre lei piangeva e si dimenava, mentre il fratellino indicava il padre sulla sdraio.

Vistosi scoperto, l’uomo si alzò e gli andò incontro sulla sabbia rovente, alzando la voce. Riprese i figli che piangevano, diede un’occhiata all’ombrellone e li mise a giocare a distanza di sicurezza. La ragazza sul lettino non mosse un muscolo.

Tornando alla sua sdraio passò davanti ai vicini e vide che ne era rimasto solo uno, che guardava immobile verso l’orizzonte una barca a vela che andava verso sud.

Vide che aveva gli occhi umidi sotto  gli occhiali da sole, ma forse fu solo una sua impressione.

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Nuvole

Racconti di mare: Tortilla

#lestoriedelcatamarano

TORTILLA

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Ci serve un inverter nuovo! Vai a cercarlo a Gibilterra mentre faccio il tagliando ai motori. Dobbiamo partire entro domani ed è meglio che sia a posto” disse l’uomo con tono deciso.

“Portati il passaporto, il foglio con le specifiche e il cellulare, se ti servissero altre informazioni”.

“Vado, a dopo” rispose brevemente la donna, contenta di allontanarsi per qualche ora dal cantiere a cielo aperto che era diventato il loro catamarano.

 

Quel giorno le toccava arrivare a Gibilterra, ossia superare a piedi i grandi spiazzi che ospitavano i camion in attesa di fare dogana, i gabbiotti con le guardie indaffarate a controllare documenti, il posto di frontiera tra la Spagna e l’Inghilterra e poi, in qualche modo, arrivare alla zona industriale dall’altra parte.

 

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Architettura
© Giampaolo Cantini

Era un posto surreale: palazzi moderni accanto a baracche, accanto a villini liberty; negozi di tutti i tipi nella zona franca: gioiellieri, abbigliamento, profumi, persone di tutte le nazionalità, ma soprattutto pensionati inglesi vestiti in modo pacchiano alla ricerca di un mitologico sole mediterraneo.

Fortunatamente non ci mise molto a trovare il suo pezzo e, dopo un pranzo a base di fish and chips in un bar sul corso, all’inizio del pomeriggio era di nuovo a bordo.

 

Erano in sosta a La Linea de la Concepciòn, la parte spagnola adiacente a Gibilterra, in attesa di fare il primo salto in Oceano Atlantico dopo il Mediterraneo, verso le Canarie e poi più in là. Erano fermi da qualche giorno a riparare piccoli guasti al loro catamarano, che aveva fatto la stagione di charter ed era ripartito dalla Sardegna senza il tempo di fare manutenzione.

Percorrevano i piazzali vuoti più volte al giorno per arrivare ai vari chandler e comprare i pezzi che di volta in volta servivano. Alla fine della giornata erano esausti.

 

Per dare un po’ di colore a quella sosta nel deserto andavano a prendere l’aperitivo in un bar container con veranda in mezzo al piazzale più vicino ai pontili del diporto. Vermouth bianco, che in Andalusia chiamano manzanilla per lei, gin tonic per lui.

 

Quella sera arrivarono più tardi del solito. Il bar-container era quasi vuoto. Presero il loro drink e si sedettero accanto a due amiche spagnole, una mora e una bionda, che bevevano gin tonic parlando fitto fitto.

Dopo la lunga passeggiata della mattina e aspettandosi una sveglia all’alba, la donna era di pessimo umore, ma non voleva farlo vedere.

 

Sorseggiava con calma la sua manzanilla quando, attratta dalle risate vicino a lei, si girò e  trovò suo marito che parlava con le signore del tavolo accanto nel suo spagnolo pedestre, ma pieno di vitalità. Stavano scambiandosi ricette di cucina e le due amiche si  soffermavano sui tempi da dedicare alla tortilla con patatas. La mora era per una soluzione devota: bisognava mischiare le uova per il tempo di un paternostro e girare la tortilla dopo un’avemaria o qualcosa del genere. La bionda, invece, era per mischiare giusto il tempo di una sevillana, un flamenco andaluso che non esitò a mettere rumorosamente in scena per gli astanti.

 

Non aveva voglia di parlare e non aveva voglia che quelle due donne rumorose piene di denti e di risate parlassero con suo marito in quel modo, ma non aveva la minima intenzione di  dare soddisfazione né a lui né a loro passando per scontrosa. Si limitò, quindi, ad un sorriso ebete e condiscendente, mentre i tre parlavano e ridevano come se si conoscessero da anni.

Raccontarono che erano imbarcate a loro volta su di un catamarano con un comandante americano di origini turche, che avevano fatto una cambusa degna di un ristorante di livello, che erano via per un anno sabbatico e che anche loro erano dirette verso i Caraibi.

Lui gli raccontò del loro lavoro (ma non si fa mai gli affari suoi questo), della figlia piccola rimasta a casa e della prossima traversata.

 

Alla fine del terzo gin tonic si scambiarono il numero di telefono, ripromettendosi di incontrarsi tutti insieme durante il tragitto. Lei avrebbe voluto sciogliere l’allegro trio  nell’acido, ma per quella volta si trattenne e salutò sorridendo, mentre si avviavano verso la loro barca.

Con la scusa che il marito russava e lei non riusciva a recuperare tra un turno di navigazione e l’altro, si era riservata una cabina tutta per sé. La stava bramando come una coca cola nel deserto sin dalla mattina.

Prima dell’alba, in silenzio, si alzò. Prese il cellulare del marito dal tavolo della dinette, mise il numero delle spagnole tra gli indesiderati e sostituì il contatto con un numero a caso. Poi tornò a dormire.

 

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Oceano
© Giampaolo Cantini

La mattina seguente si alzarono di buon’ora: li aspettavano 500 miglia tutte dritte e una perturbazione che prometteva vento contrario di lì a poco. Avrebbero deciso durante la strada se riparare in Marocco oppure proseguire.

Mentre facevano le pratiche di uscita all’ufficio posto all’imboccatura del porto, videro passare, in fila con le altre barche, il catamarano dell’americano-turco che si avviava verso il mare aperto con le due amiche ciarliere sulla prua.

Le salutò con il polso fermo e un gesto della mano simile a quello della Regina Elisabetta.

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