Racconti di mare: "Centuri" - Storie del porto di Giampaolo Cantini

CENTURI

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La primavera in Corsica era così: da un giorno all’altro il Maestrale finiva di battere la costa e il cielo, prima terso come l’acciaio, diventava di un azzurro più tenue; la temperatura si addolciva e si affacciavano le prime rondini.

Tra poco gli uomini avrebbero rimesso in mare le barche da pesca e ricominciato a calare i lunghi palamiti con cui prendevano dentici grandi e saporiti.

 

Anna era di Centuri, il primo paesino a nord ovest di Capo Corso, poche case su un minuscolo golfo con un porticciolo per gozzi, riparato a ovest da un isolotto su cui le onde frangono urlando quando c’è vento forte da ovest.

La madre, Marcella, era italiana, di Monfalcone, arrivata lì in vacanza molti anni prima e mai più ripartita, perché si era sposata con Xavier, marsigliese, che era stato sottufficiale alla Legione Straniera di Calvi, anche lui mai più ripartito.

La stagione che preferiva era l’autunno, quando in paese rimaneva un centinaio di abitanti, l’aria diventava fredda e leggera e si andava in montagna a raccogliere le castagne con cui fare la marmellata e i funghi da mettere sottolio per l’inverno. In mare gli uomini pescavano i calamari e nelle strade si facevano tavolate tra vicini, che erano quasi tutti imparentati. Non si muoveva quasi mai dal paese, neanche per andare a Bastia, che pure distava solo mezz’ora in automobile.

La vita scorreva così da quando Anna poteva ricordare, da sempre.

 

Quell’anno la stagione turistica era iniziata presto e dalla metà di maggio, al ristorante che gestiva vicino al porticciolo, era iniziato un flusso di turisti che si litigava le case del piccolo villaggio. La confusione non piaceva agli abitanti, ma sarebbe finito tutto con l’arrivo delle prime piogge di settembre. Tanto valeva aspettare.

Una sera, quasi alla chiusura del ristorante, era rimasto un tavolo con tre uomini. Al momento di pagare quello con i capelli rossi le aveva messo i  soldi contati in mano e, mentre lo faceva, aveva esitato con la mano nella sua, guardandola negli occhi.

Sentì un tuffo al cuore che non seppe spiegarsi.

Cosa poteva avere quello sconosciuto per smuoverla così?

Si sentì quasi offesa da quella emozione inaspettata e arrossì con una vampata, si girò di scatto e tornò all’interno a passo svelto.

Il paese era minuscolo e non c’era modo di evitarsi. il giorno dopo lo rincontrò al bar e poi di nuovo al ristorante. Tutte le volte il cuore le saltava in gola, non lo sopportava.

Alla fine pensò che l’unico modo di liberarsi di quella emozione assurda era assecondarla ed accettò la corte che le faceva l’uomo.

Racconti di mare: "Centuri" - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Tramonto
© Giampaolo Cantini

Dopo due giorni fecero l’amore al tramonto, in cima ai calanchi sopra il Faro di Capo Corso . Anna non aveva fatto sesso molte volte in vita sua: un compagno di classe al liceo, un amico del cugino e un inglese in gita scolastica di cui non ricordava neanche il nome. Semplicemente non rientrava tra i suoi interessi, tra le sue priorità.

 

Furono due settimane intense e selvagge. Gli mostrò i suoi posti preferiti e in quasi tutti si amarono senza reticenze.

 

Al momento della partenza lui aveva gli occhi lucidi; si promisero di scriversi e di rivedersi il prima possibile. Lei avrebbe avuto il suo posto a casa di lui quando avrebbe voluto e senza limite di tempo. Si baciarono lungamente, poi lei lo guardò negli occhi, si girò e si incamminò verso casa senza voltarsi.

La mattina dopo si alzò di buon’ora come era sua abitudine e si incamminò verso la montagna; aveva perso sin troppo tempo, adesso era ora di darsi da fare: i primi asparagi selvatici stavano spuntando.

Presentazione del libro "Navigatori Straordinari" di Gabriele Musante

PRESENTAZIONE IN LIBRERIA

MARTEDI’ 16 LUGLIO 2019 ALLE ORE 19.00

 

Gabriele Musante presenterà presso La Libreria del Mare il libro “Navigatori straordinari – I pionieri della vela d’altura“. In questa graphic novel l’autore racconta le personalità e le imprese di cinque uomini di mare emblematici.

Joshua Slocum, Jack London, Francis Chichester, Bernard Moitessier ed Eric Tabarly, in effetti, hanno ispirato intere generazioni di velisti! Tuttora, incarnano lo spirito d’avventura e il desiderio di conoscere il mondo nell’immaginario collettivo.

Jack London ritratto da Gabriele Musante
Jack London ritratto da Gabriele Musante

Gabriele Musante è un velista appassionato e un illustratore professionista. Negli anni, infatti, ha collaborato con diversi editori e molte riviste del settore nautico, fra cui Bolina!

Davide Gnola, invece, direttore del Museo della Marineria di Cesenatico, ha curato una scheda per ciascun protagonista all’inizio di ogni capitolo.

Attraverso immagini e racconto, rivivremo insieme le imprese di questi cinque navigatori straordinari che hanno segnato la storia!

Se volete saperne di più sulle loro gesta, questo è certamente un appuntamento da non perdere!

Racconti di mare: Buio - Storie del porto di Giampaolo Cantini

BUIO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La notte era nera come un bicchiere d’inchiostro. Il ragazzo aveva il fiatone, non sapeva più per quanto aveva corso zigzagando tra i vicoli sbrecciati che puzzavano di orina.

Gli facevano male le ossa e aveva due ferite rimarginate male sotto l’occhio destro, che era chiuso e pesto. Gli faceva male anche l’aria che lo colpiva sul viso.

 

Sentì di nuovo le voci degli inseguitori in quella lingua che non capiva, vide una botola su una parete e ci strisciò dentro. Era una vecchia carbonaia; si strinse in un angolo ed aspettò che passassero oltre, scosso dai tremori.

 

Continuò a stare lì per la mezz’ora successiva, un po’ per paura che tornassero indietro, un po’ per recuperare. Era notte fonda quando strisciò fuori di nuovo, nel vicolo.

Non sapeva dove si trovava, ma sentiva una brezza fresca che odorava di alghe e andò in quella direzione.

Arrivò alla fine delle case, di fronte ad una lunga grata che separava la strada dalla spiaggia, e per un po’ stette a guardare.

In lontananza, sulla spiaggia, poteva distinguere una piccola folla da cui due torce elettriche fendevano il buio. Non parlava quasi nessuno, solo i due con le torce ogni tanto dicevano qualcosa e gli altri si muovevano.

 

Dopo qualche minuto il ragazzo iniziò a camminare scorrendo lungo la grata, tenendosi   basso, e si avvicinò al gruppo di persone. Da un punto della cancellata in cui mancavano due sbarre si infilò ed uscì sulla spiaggia.

 

Un po’ per l’oscurità, un po’ perché erano tutti indaffarati, non gli fece caso nessuno; quando fu più vicino prese una maniglia del gommone e si unì al gruppo che lo stava mettendo in acqua.

Quando l’imbarcazione iniziò a galleggiare, si appoggiò istintivamente alla maniglia del canotto. Non sapeva nuotare e l’acqua gli dava il panico; poi, qualcuno lo spinse e si trovò anche lui a bordo con tutti gli altri.

Rimase in silenzio e si strinse in un angolo. Anche gli altri erano silenziosi, solo i due con le torce continuavano a dare ordini di quando in quando in tono basso e secco, ma lui non li capiva.

Poi qualcuno accese il fuoribordo e il gommone iniziò a muoversi. Quelli con le torce erano rimasti a terra e ora urlavano: “GO, GO, GO”.

 

Il gommone arrancò  sulle onde che frangevano, per fortuna basse, e piano piano prese il largo. Il ragazzo si addormentò.

Quando riaprì gli occhi era da poco salito il sole; sentiva l’aria dell’alba sul viso, aveva ancora le scarpe bagnate e piene di sabbia.

Guardò le facce di quelli che lo circondavano: erano donne e uomini di tutte le età, poteva riconoscere la provenienza di qualcuno, ma non di tutti. Non si vedeva più la costa da nessuna parte, il gommone era morbido e seguiva l’andamento delle onde, il motore chiocciava monotono.

Passarono vicino ad una grossa tartaruga marina che caracollò spostata dalle onde del canotto, alzando le zampe anteriori. I passeggeri del canotto emisero un grido di gioia in cui si scioglieva la tensione della partenza e della notte in mare.

Il ragazzo si guardò intorno e pensò alla maglia del Real Madrid, che aveva addosso suo cugino nella foto che gli aveva mandato l’anno prima sul telefonino. Si alzò il bavero della camicia e guardò verso l’orizzonte.

Shelter Bay, Storie del Porto

#lestoriedelcatamarano

Shelter Bay

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Niente da fare, il motore di sinistra non va! Dobbiamo fermarci appena possibile” disse l’uomo.

“E allora? È notte, dove andiamo?” rispose allarmata la moglie.

Erano le 11 di sera e il catamarano arrancava di bolina, aiutandosi con un motore al largo della costa panamense. Risaliva la costa dopo una stagione di noleggio alle Isole San Blas.

“Tra poche miglia c’è Shelter Bay. L’ingresso mi sembra tranquillo. Proviamo lì, poi domani vediamo cosa fare”.

La mattina dopo il grande catamarano bianco era ormeggiato nel piccolo porto che sta sul lato atlantico del Canale di Panama.

Dopo poco fu chiaro che non sarebbero potuti partire molto presto da lì.  Dovevano sostituire la pompa della nafta e, siccome lì non esistevano ricambi, avrebbero dovuto far arrivare il pezzo  dall’Europa.

Shelter Bay, Storie del Porto
© Giampaolo Cantini

Era aprile. Il clima era caldo e umido come sempre da quelle parti. A circa un’ora di macchina, la città di Colon, in cui era poco raccomandabile girare da soli. Intorno al marina la foresta pluviale, i resti della base militare americana che aveva gestito il Canale sino al 1999, palazzine invase dai rampicanti e dagli iguana,  i resti dei bunker che nei  primi del 900 difendevano quel lato del Canale quando fu costruito e quelli di Fuerte de San Lorenzo, un forte spagnolo del 1600 che controllava la foce di un grande fiume per impedire le incursioni dei pirati.

La storia era passata da quel posto lasciando resti sparpagliati un po’ dappertutto e la natura li stava digerendo piano piano.

Dopo una settimana di quella sosta non programmata, l’atmosfera non era delle migliori; per di più, non c’era un meccanico vero e proprio e bisognava arrangiarsi da soli. L’unico aiuto era Henry, un meccanico canadese in pensione che faceva lavoretti per chi ne aveva bisogno a prezzi ragionevoli e parlava anche un italiano decente. Era un tipo magro e abbronzato con gli occhi chiari e i  capelli grigi, sempre in camicia scozzese e con risata trascinante. Alla donna aveva ispirato simpatia da subito: le ricordava  il padre scomparso tanti anni prima.

Le  barche che dovevano attraversare il Canale si fermavano lì per fare le pratiche: c’era  un andirivieni di occidentali, famiglie, coppie, avventurieri e navigatori solitari.

Per spezzare la monotonia, a turno si organizzavano aperitivi sulle barche di passaggio prima del tramonto, perché dopo diventava troppo buio per qualunque attività. Ognuno faceva del suo meglio per rendere gli incontri  allegri e anche loro due provavano a dissimulare la noia e la tensione di non sapere quando sarebbero potuti ripartire.

La compagnia era eterogenea: una coppia di australiani che tornava a Perth con un elegantissimo catamarano acquistato in Sud Africa, una coppia di italiani che stava per tornare in Italia in aereo lasciando lì la loro barca sino alla prossima stagione, un tedesco, navigatore solitario suo malgrado, che voleva attraversare l’oceano Pacifico sulla sua piccola barca di ferro rugginoso e una coppia di anziani gay francesi in giro sul loro sloop di legno… E poi c’era Henry, che non perdeva mai una birra fresca e un po’ di compagnia.

Shelter Bay, Storie del Porto
© Giampaolo Cantini

Viste le scarse attrattive del luogo tutti arrivavano lì per ripartire prima possibile.

Finalmente  il pezzo del motore arrivò e la notizia fu annunciata e celebrata durante uno degli aperitivi al tramonto.

Anche Henry sorprese la compagnia, annunciando trionfante che non sarebbe mancato molto anche alla sua partenza e raccontò con dovizia di particolari come sulla sua barca aveva rappezzato, resinato, smontato, eccetera eccetera e che, finalmente, era tutto a posto e, quindi, era ora di muoversi da lì. Passarono la sera a fare programmi su dove si sarebbero incontrati navigando verso nord.

Brindarono con pina colada fresca e mangiarono salatini australiani e salame italiano, prelibatezze da navigatori. Poi ognuno a cenare sulla propria barca.

Arrivato il pezzo, in un paio di giorni il catamarano fu pronto a riprendere la via per Bahamas e poi rientrare verso il Mediterraneo.

La sera prima di riprendere il largo fecero un piccolo brindisi di commiato con gli amici  presenti, come usa in queste occasioni, ma Henry non arrivava.

“Strano, è sempre il primo” pensò la donna e, dopo un po’,  si avventurò a cercarlo tra le barche in secca nel piazzale dietro agli uffici.

Si trovò in una specie di cimitero popolato da ogni tipo di rottame nautico e meccanico, un vecchio rimorchiatore, barche di tutti i tipi ed in tutti gli stati, ma del canadese nessuna traccia.

Stava per abbandonare la ricerca quando in fondo al piazzale, proprio dove stavano gli scafi abbandonati da più tempo, riconobbe il nome sulla poppa di una delle carcasse e si ricordò di quello che le aveva detto Henry: Polaris.

La barca si presentava  come se fosse  stata in acqua per  un tempo indefinibile, coperta di alghe secche, con un fianco squarciato e la coperta divelta; l’albero era un rottame contorto, appoggiato accanto allo scafo. Rimase di sasso. Chiamò il loro amico a gran voce, ma non ebbe risposta. Dall’alto delle palme una famiglia di scimmie la guardava incuriosita.

Tornando indietro non sapeva cosa pensare… Il piazzale non era grande e la barca doveva essere per forza quella.

Vicino ad una delle baracche degli attrezzi incontrò il direttore del cantiere, un indio che parlava un discreto inglese, che le raccontò la storia di Henry. Sei anni prima, alla fine del giro del mondo, aveva sbagliato l’ingresso nel porto e la barca si era appoggiata sugli scogli. Siccome lui e la moglie avevano venduto quello che possedevano per portare a termine la loro impresa, non avevano più soldi per poterla recuperare. Era, quindi, rimasta nell’acqua per diverse settimane. Quando finalmente era riuscito a  pagare un pontone, l’aveva portata sul piazzale dietro al porto, dove era rimasta da allora. Dopo poco la moglie era tornata in Canada dai figli e non aveva più voluto sentirne parlare.

La notizia la colpì, rimase in silenzio e, assorta nei suoi pensieri, ritornò verso il porto.

Rientrata al pontile, sentì una risata familiare: era Henry che brindava a bordo del loro catamarano, festeggiando rumorosamente con suo marito.

“Ciao bella! Dove eri finita? Mi avete preceduto di qualche giorno, ma tra un paio di settimane vado in mare anche io! Ci rivedremo in giro!”

Dissimulò il suo stupore. Sorrise e lo abbracciò, stretto.

Presentazione del libro "Il WC di bordo" - La Libreria del Mare, Milano

Il WC di bordo

PRESENTAZIONE IN LIBRERIA

GIOVEDI’ 20 GIUGNO 2019 ALLE ORE 19.00

Il WC di bordo - Disegno tecnico di Carlotta Cestari
Il WC di bordo – Disegno tecnico di Carlotta Cestari

Andrea Cestari presenta il libro “Il WC di bordo” presso La Libreria del Mare di Milano. In questo manuale l’autore svela tutti i misteri di questo impianto, spiegandone il funzionamento e l’esatta anatomia.

In effetti, il WC marino è da sempre un argomento tabù e intorno a esso si sono creati numerosi falsi miti… Per questo Andrea Cestari, appassionato di vela e di mare e già autore di altri libri del settore, ha scelto di trattare questo delicato tema.

All’interno del volume, Andrea affronta, inoltre, la storia del WC marino, norme igieniche e di buona educazione, suggerimenti per la manutenzione e per combattere gli odori. Infine, un capitolo speciale è dedicato al WC chimico e un altro alle azioni da intraprendere se tutto va male…

Il WC di bordo Baltico Orvea dell'Equipe Nautica
Il WC di bordo Baltico Orvea dell’Equipe Nautica

Per questo incontro, La Libreria del Mare ha allestito una simpatica vetrina ad hoc… Grazie alla gentile concessione dell’Equipe Nautica di Milano, il protagonista dell’esposizione è il WC Marino “Baltico” di Orvea!

In occasione della presentazione, il libro (pubblicato dalle Edizioni Il Frangente) sarà in vendita al prezzo di lancio di € 18,90.

Se il WC di bordo e il suo uso sono oggetti del mistero per voi o per i vostri ospiti in barca, questo è l’evento che fa per voi!

Racconti di mare: Non vi allontanate - Storie del porto di Giampaolo Cantini

NON VI ALLONTANATE

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Non vi allontanate, non strillate, non tiratevi la sabbia, non fate il bagno da soli, non fate a botte” disse l’uomo, mentre spalmava di crema due bambini, un maschio e una femmina di circa 9 e 10 anni.

Sul lettino accanto a lui una ragazza visibilmente più giovane prendeva il sole con grandi occhiali scuri ed un costume minuscolo.

Il sole di luglio non dava scampo quel giorno e tutti si erano riversati al mare.

Il grande  stabilimento balneare di legno bianco sembrava la tolda di una nave degli Anni Cinquanta. Dietro al bancone del bar, alcuni ragazzi erano  indaffarati a servire bibite ghiacciate per le decine di tavolini seminati intorno, con persone di tutte le età in occhiali da sole e costume, marchiati dai tatuaggi più disparati.

Dagli altoparlanti una musica fastidiosa e tutta uguale copriva il rumore delle onde e dei gabbiani e il vocio dei bagnanti.

“Ma non toccavano a tua moglie questo weekend?” chiese la ragazza, senza aspettare che  i bambini fossero sufficientemente  lontani.

“No. Luglio è tutto nostro… Ma tu non preoccuparti: ci penso io!”

“Non pretenderai che ci pensi io, spero”.

L’uomo rivolse gli occhi al cielo e si appoggiò alla sdraio con un quotidiano sportivo in mano.

Un vago senso di angoscia non gli dava pace, ma non riusciva a coglierne la causa e, soprattutto, evitava di pensarci. Si immerse nella lettura.

Racconti di mare: Non vi allontanate - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Macchia mediterranea
© Giampaolo Cantini

Dietro lo stabilimento, la duna sabbiosa coperta di macchia mediterranea resisteva eroicamente all’assedio degli stabilimenti che, per fortuna, durava solo poche settimane l’anno.

Di fronte a lui, sul bagnasciuga, la figlia iniziò a tirare i capelli ad un’altra bambina, mentre il fratello urlava come un gabbiano. L’uomo fece finta di niente e alzò il giornale sulla faccia a mo’ di sbarramento.

 

Sotto l’ombrellone accanto, due uomini con capelli e barba curatissimi parlavano animatamente a bassa voce; la vicinanza faceva arrivare brandelli di discorso.

“Lo so che tu hai lasciato il tuo compagno, ma io non so come dirglielo. Devi considerare che ci sono anche i ragazzi, è una cosa delicata”.

“Sarà delicato, ma stiamo insieme da quattro anni e ancora viviamo in clandestinità!”

“Sì, ma lei non se lo aspetta e poi vivo ancora a casa sua”

“Appunto! Non pensi che sia ora di fare chiarezza? Anche perché tua moglie si sarà fatta delle domande… Da dove provengono i regali che ti faccio… o no?”

“Ma sì, ma vedi… Lei pensa che sia una zia che ha sempre avuto un debole per me che mi vizia… Per quello non c’è problema”.

“Il problema c’è per me, però!”

 

Adesso era intervenuta la madre della bambina con i capelli tirati, che aveva separato le due belligeranti e cercava i genitori della piccola lottatrice, trattenendola per il braccio mentre lei piangeva e si dimenava, mentre il fratellino indicava il padre sulla sdraio.

Vistosi scoperto, l’uomo si alzò e gli andò incontro sulla sabbia rovente, alzando la voce. Riprese i figli che piangevano, diede un’occhiata all’ombrellone e li mise a giocare a distanza di sicurezza. La ragazza sul lettino non mosse un muscolo.

Tornando alla sua sdraio passò davanti ai vicini e vide che ne era rimasto solo uno, che guardava immobile verso l’orizzonte una barca a vela che andava verso sud.

Vide che aveva gli occhi umidi sotto  gli occhiali da sole, ma forse fu solo una sua impressione.

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Nuvole

#lestoriedelcatamarano

TORTILLA

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Ci serve un inverter nuovo! Vai a cercarlo a Gibilterra mentre faccio il tagliando ai motori. Dobbiamo partire entro domani ed è meglio che sia a posto” disse l’uomo con tono deciso.

“Portati il passaporto, il foglio con le specifiche e il cellulare, se ti servissero altre informazioni”.

“Vado, a dopo” rispose brevemente la donna, contenta di allontanarsi per qualche ora dal cantiere a cielo aperto che era diventato il loro catamarano.

 

Quel giorno le toccava arrivare a Gibilterra, ossia superare a piedi i grandi spiazzi che ospitavano i camion in attesa di fare dogana, i gabbiotti con le guardie indaffarate a controllare documenti, il posto di frontiera tra la Spagna e l’Inghilterra e poi, in qualche modo, arrivare alla zona industriale dall’altra parte.

 

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Architettura
© Giampaolo Cantini

Era un posto surreale: palazzi moderni accanto a baracche, accanto a villini liberty; negozi di tutti i tipi nella zona franca: gioiellieri, abbigliamento, profumi, persone di tutte le nazionalità, ma soprattutto pensionati inglesi vestiti in modo pacchiano alla ricerca di un mitologico sole mediterraneo.

Fortunatamente non ci mise molto a trovare il suo pezzo e, dopo un pranzo a base di fish and chips in un bar sul corso, all’inizio del pomeriggio era di nuovo a bordo.

 

Erano in sosta a La Linea de la Concepciòn, la parte spagnola adiacente a Gibilterra, in attesa di fare il primo salto in Oceano Atlantico dopo il Mediterraneo, verso le Canarie e poi più in là. Erano fermi da qualche giorno a riparare piccoli guasti al loro catamarano, che aveva fatto la stagione di charter ed era ripartito dalla Sardegna senza il tempo di fare manutenzione.

Percorrevano i piazzali vuoti più volte al giorno per arrivare ai vari chandler e comprare i pezzi che di volta in volta servivano. Alla fine della giornata erano esausti.

 

Per dare un po’ di colore a quella sosta nel deserto andavano a prendere l’aperitivo in un bar container con veranda in mezzo al piazzale più vicino ai pontili del diporto. Vermouth bianco, che in Andalusia chiamano manzanilla per lei, gin tonic per lui.

 

Quella sera arrivarono più tardi del solito. Il bar-container era quasi vuoto. Presero il loro drink e si sedettero accanto a due amiche spagnole, una mora e una bionda, che bevevano gin tonic parlando fitto fitto.

Dopo la lunga passeggiata della mattina e aspettandosi una sveglia all’alba, la donna era di pessimo umore, ma non voleva farlo vedere.

 

Sorseggiava con calma la sua manzanilla quando, attratta dalle risate vicino a lei, si girò e  trovò suo marito che parlava con le signore del tavolo accanto nel suo spagnolo pedestre, ma pieno di vitalità. Stavano scambiandosi ricette di cucina e le due amiche si  soffermavano sui tempi da dedicare alla tortilla con patatas. La mora era per una soluzione devota: bisognava mischiare le uova per il tempo di un paternostro e girare la tortilla dopo un’avemaria o qualcosa del genere. La bionda, invece, era per mischiare giusto il tempo di una sevillana, un flamenco andaluso che non esitò a mettere rumorosamente in scena per gli astanti.

 

Non aveva voglia di parlare e non aveva voglia che quelle due donne rumorose piene di denti e di risate parlassero con suo marito in quel modo, ma non aveva la minima intenzione di  dare soddisfazione né a lui né a loro passando per scontrosa. Si limitò, quindi, ad un sorriso ebete e condiscendente, mentre i tre parlavano e ridevano come se si conoscessero da anni.

Raccontarono che erano imbarcate a loro volta su di un catamarano con un comandante americano di origini turche, che avevano fatto una cambusa degna di un ristorante di livello, che erano via per un anno sabbatico e che anche loro erano dirette verso i Caraibi.

Lui gli raccontò del loro lavoro (ma non si fa mai gli affari suoi questo), della figlia piccola rimasta a casa e della prossima traversata.

 

Alla fine del terzo gin tonic si scambiarono il numero di telefono, ripromettendosi di incontrarsi tutti insieme durante il tragitto. Lei avrebbe voluto sciogliere l’allegro trio  nell’acido, ma per quella volta si trattenne e salutò sorridendo, mentre si avviavano verso la loro barca.

Con la scusa che il marito russava e lei non riusciva a recuperare tra un turno di navigazione e l’altro, si era riservata una cabina tutta per sé. La stava bramando come una coca cola nel deserto sin dalla mattina.

Prima dell’alba, in silenzio, si alzò. Prese il cellulare del marito dal tavolo della dinette, mise il numero delle spagnole tra gli indesiderati e sostituì il contatto con un numero a caso. Poi tornò a dormire.

 

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Oceano
© Giampaolo Cantini

La mattina seguente si alzarono di buon’ora: li aspettavano 500 miglia tutte dritte e una perturbazione che prometteva vento contrario di lì a poco. Avrebbero deciso durante la strada se riparare in Marocco oppure proseguire.

Mentre facevano le pratiche di uscita all’ufficio posto all’imboccatura del porto, videro passare, in fila con le altre barche, il catamarano dell’americano-turco che si avviava verso il mare aperto con le due amiche ciarliere sulla prua.

Le salutò con il polso fermo e un gesto della mano simile a quello della Regina Elisabetta.

Lavrion, Meltemi - Storie del porto di Giampaolo Cantini

MELTEMI

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Come è possibile che il supermercato sia ancora chiuso? Qui in Grecia non avete proprio voglia di lavorare”.

“Veramente il mio negozio è aperto, come può vedere! Adesso è l’ora di pranzo e riapriranno alle quattro”.

Rispose al giovanotto bielorusso la giovane proprietaria del negozio di ricambi nautici.

Il giovanotto faceva parte del fiume di turisti che passava da Lavrion in estate, quando il Meltemi soffia forte sulle rocce arroventate e sulle persone.

 

Lavrion, Meltemi - Storie del porto di Giampaolo Cantini
© Giampaolo Cantini

La piccola città era agitata da una attività incessante ad ogni ora del giorno; musica tutta uguale usciva dagli altoparlanti dei bar, impedendo di ascoltare il rumore del mare e dei gabbiani. Una moltitudine di ragazzi servivano ai tavoli vino e birre fresche nella taverne sul porto, prendendo le comande e correndo a razzo verso la cucina in un viavai costante.

Nei bed and breakfast un altrettanto incessante andirivieni di persone puliva e faceva cambi di biancheria, accoglienze e saluti; lo stesso negli alberghi,  nei supermercati, nelle boutique… Nessuno si faceva domande. Tutti correvano e cercavano di superare al meglio la stagione estiva per arrivare al lungo inverno, quando  sarebbe tornata la pace.

 

Oltre il promontorio il tempio di Nettuno, maestoso testimone dell’incuranza del tempo. Sull’orizzonte una muraglia di pale eoliche enormi come un esercito di automi di guerre stellari disegnava il crinale della collina.

 

In uno dei tavernaki sul porto una donna osservava dalla cassa una famiglia di tedeschi sovrappeso, che stava finendo di mangiare il suo gyros. Anche lei era leggermente sudata per il gran caldo e indossava un  vestito a fiori che scopriva  la scollatura. Era impaziente: i tedeschi stavano prendendosela comoda, mentre la fila di chi aspettava il proprio turno continuava a crescere.

La famiglia finalmente si alzò e, pagando alla cassa, si lamentò in cattivo inglese del prezzo, che era comunque modesto anche per la Grecia. La donna non si scompose: indicò il menù e pretese il suo pagamento.

Agli altri tavoli altre famiglie e ragazzi: ungheresi, romeni, ucraini, italiani, inglesi pranzavano, parlando e scherzando rumorosamente.

 

La città aveva conosciuto una spinta urbanistica pochi anni prima, quando era stata scelta come porto di partenza principale per tutte le navi verso le Isole Cicladi; poi, per un errore progettuale, la nuova banchina non era mai potuta entrare in funzione e questo aveva lasciato scheletri di cemento armato e palazzine vuote disseminate qua e là.

 

Lavrion, Meltemi - Storie del porto di Giampaolo Cantini
© Giampaolo Cantini

Un doppio suono di sirena annunciò l’ingresso in porto del traghetto per l’isola di fronte; l’attività si fece ancora più frenetica, come un formicaio che si prepara ad un attacco di termiti. Adesso la donna dirigeva il traffico dei camerieri come il  comandante di una nave a vela durante una tempesta. Dopo poco finalmente la coda dei clienti della taverna iniziò a diminuire.  L’ora di punta per quel giorno era passata.

 

Sotto la pergola era rimasta una coppia con un bambino: pranzavano silenziosamente con insolita grazia. Non erano rumorosi e colorati come altri turisti, ma erano magri e vestiti di scuro. Era una delle famiglie siriane ospitate al centro di accoglienza distante pochi chilometri dalla cittadina.

Quando ebbero finito chiesero il conto, pagarono e si avviarono camminando sotto il sole verso la loro base.

 

Il sole era ancora alto e il grosso dei turisti adesso era in qualche spiaggia a difendersi dalla calura; i giovani camerieri esausti riprendevano fiato seduti vicino alla cucina. Quasi nessuno per strada.

Quando ebbe chiuso i conti per quella parte di giornata, la donna chiamò a sostituirla uno dei ragazzi e si avviò verso la sua automobile parcheggiata poco lontano. Tra poco sarebbe stata ora di pensare alla cena e il supermercato era proprio sulla strada per il centro profughi; forse  avrebbe potuto dare un passaggio ai suoi nuovi clienti.

In vacanza in barca con Sailogy - La Libreria del Mare, Milano

NOLEGGIO BARCHE A VELA

Anno dopo anno, l’offerta di charter su internet cresce a dismisura. Da un lato è senz’altro un vantaggio, ma scegliere le destinazioni e le barche giuste non è così banale. Ci sono tante agenzie e tanti mediatori che ti possono aiutare a capire meglio cosa fa al caso tuo. Oggi abbiamo incontrato Lorenzo Zabban, Country Manager di Sailogy Italia, che ci spiega perché andare in vacanza in barca con Sailogy.

Sailogy è un gruppo nato nel 2013, che in pochi anni si è affermato sul mercato mondiale del noleggio di barche: con una sede in Italia, una in Svizzera e una in Germania è cresciuto in anni difficili per tutti.

Qual è, quindi, il segreto del successo?

“Sicuramente l’offerta straordinaria che abbiamo costruito negli anni” ci spiega Lorenzo “con oltre 22000 barche, 1000 charter company diverse e 800 destinazioni in 5 continenti del mondo”.

Sono numeri da capogiro! Ma come fate, quindi, a monitorare la qualità di un’offerta così ampia e variegata?

“Innanzitutto, abbiamo fissato standard qualitativi molto precisi, che tutti i charter che collaborano con noi devono rispettare. Grazie al nostro software proprietario customizzato siamo in grado di monitorare tutti i parametri legati al controllo della flotta. In secondo luogo, per noi è fondamentale il feedback dei nostri clienti: a fine vacanza chiediamo a tutti di compilare un questionario anonimo, che rappresenta il fondamento per la valutazione dell’operato delle varie compagnie. La nostra mission è rendere più semplice andare in barca, costruendo un rapporto di fiducia col cliente che duri nel tempo”.

In vacanza in barca con Sailogy Group - La Libreria del Mare, Milano

Si tratta, in sostanza, di un connubio ben riuscito fra la relazione costruita col cliente e i mezzi messi a disposizione dall’era digitale!

“Assolutamente sì! Sailogy ha una fortissima spinta tecnologica, come testimonia la nostra modernissima piattaforma online, ma da sola non basta. Il rapporto umano col cliente rimane al centro del nostro business. Per questo puntiamo a garantire un’elevata qualità del servizio, grazie al nostro team di consulenti di viaggio giovane e appassionato di mare! Tutti i consulenti sono formati sui prodotti e sui modelli di barche, sulle destinazioni e sugli itinerari”.

In vacanza in barca con Sailogy Italia - La Libreria del Mare, Milano

Lorenzo è un ragazzo giovane, sorridente, estremamente gentile e determinato. In effetti, chiacchierando con lui si percepisce un’enorme coerenza fra le cose che dice e come interagisce con noi.

 

Ma quando si parla di “qualità del servizio” e “standard elevati” spesso si pensa anche a prezzi elevati…

“Non è così!” ci spiega Lorenzo “Anzi, ci tengo a sfatare il falso mito che una vacanza in barca sia un viaggio elitario. In realtà, una settimana in barca con lo skipper è equiparabile, in termini di costi, a tantissime altre forme di vacanza! E’ decisamente più accessibile di quanto si pensi, anche per chi ha poca esperienza nautica”.

In conclusione, allora, perché ti senti di consigliare di andare in vacanza in barca a vela con Sailogy?

“Perché Sailogy è un’azienda indipendente, che non è né legata a singoli brand né vincolata a cantieri o charter specifici. Questo è un valore aggiunto, che ci consente di lavorare davvero soltanto con le compagnie che soddisfano il livello di servizio che cerchiamo per i nostri clienti! E poi perché non ci limitiamo a prendere la prenotazione del cliente, per poi abbandonarlo durante la navigazione: il dialogo continuo con le compagnie di charter e con il cliente prima, durante e dopo la vacanza è il cuore della nostra attività. Non inseguiamo il booking, ma seguiamo il cliente!”.

 

 

Mare Tascabile - Un anno in barcastop

PRESENTAZIONE IN LIBRERIA

GIOVEDÌ 30 MAGGIO 2019 ALLE ORE 19.00

Per la rassegna “Tutti i giovedì in libreria” patrocinata dal Comune di Milano, la Libreria del Mare ospiterà l’evento “Mare tascabile – Un anno in barcastop”.

"Un anno in barcastop" di Erica Giopp, edito da Alpine Studio - Evento "Mare tascabile"

Erica Giopp presenterà, infatti, il suo libro “Un anno in Barcastop”, edito da Alpine Studio. Ma cos’è il barcastop? Si tratta, in effetti, dell’autostop del mare, che si fa viaggiando in barca a vela, ricevendo passaggi in cambio di aiuto nelle pulizie o al timone.

IL VIAGGIO DI ERICA

Non lo fa per ritrovare se stessa, per cercarsi nel contatto con l’estremo. Lo fa per scappare: dai doveri, dagli impegni, dai trent’anni che si avvicinano. Erica lascia lavoro, fidanzato, amici e famiglia; parte a ottobre 2016 e torna un anno dopo.

Nel mezzo: 17000 miglia, un solo piccolo bagaglio, poche ore di sonno, molte di lavoro duro, intossicazioni alimentari, settimane di bonaccia e innumerevoli tramonti sull’oceano… di quelli da guardare in silenzio.

Il barcastop in Italia è poco diffuso, ma all’estero è già una moda. E’ un’esperienza che può fare chiunque: architetti, bariste, studenti, fotografe, con o senza figli, con più o meno soldi.

Il viaggio di Erica è un viaggio attraverso l’umanità, che ci fa conoscere in tutti i suoi aspetti più crudi, grezzi ma sinceri… Come le amicizie (e gli amori) che nascono nel mezzo del nulla, quando non si parla la stessa lingua, non ci si lava da giorni e si indossano
sempre gli stessi vestiti sporchi.

Erica torna l’anno dopo con più consapevolezza, senza imbarazzi, con più amore e fiducia nel prossimo, di quelli che solo chi ha condiviso il mare può provare.

“Mare tascabile – Un anno in barcastop” è un evento da non perdere. Il libro di Erica interessa, infatti, un pubblico trasversale, perché usa un linguaggio giovane e ritrae un’ampia gamma di personalità in cui il lettore può riconoscersi. Inoltre, non serve una conoscenza tecnica del mondo della navigazione: è una storia appassionante sia gli esperti sia chi soffre il mal di mare… Infine, Erica ha uno stile ironico e leggero e non ha la pretesa di ergersi a guida spirituale.

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