Racconti di mare: "Giulietta e Romeo" - Foto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Giulietta e Romeo

#lestoriedelcatamarano

GIULIETTA E ROMEO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

Le onde battevano dolcemente sulla banchina di porfido arsa dal sole, macchiata dalle alghe e dal guano degli uccelli marini.

La scia del sole sul mare formava una strada che arrivava davanti ai piedi di chi guardava, così compatta che sembrava di poterci camminare sopra. A quell’ora il molo era quasi vuoto; resisteva solo un chiosco, solitario come una garitta, ultimo avamposto prima delle trincee nemiche con i cecchini acquattati dentro.

L’uomo si avvicinò e chiese acqua, limone e sale. La bevve a sorsi lenti, gustando il salato che si fondeva con l’aspro, accarezzato dalle bollicine del selz che facevano prurito alla lingua. Quando ebbe finito, schioccò la lingua sul palato e si avviò verso le barche ormeggiate in fondo alla darsena, ai pontili galleggianti.

 

Era luglio a Catania, un luglio caldo e pigro. La città lavorava con il ritmo lento dei posti caldi e, dopo pranzo, tutti rimanevano chiusi negli uffici o in casa.

Pochi marinai si avventuravano per il  porto per commissioni o per spezzare la monotonia di una giornata di attesa a bordo. Era l’ultimo giorno di preparazione per le barche in partenza, perché di lì a poco sarebbero arrivati gli equipaggi dei charter per la nuova settimana.

In mezzo a monoscafi, più o meno della stessa dimensione, svettava il grande catamarano bianco con la coppia indaffarata a cambiare lenzuola e asciugamani, pulire cabine e fare il tagliando ai motori. I due andavano su e giù quasi senza parlarsi, seguendo un movimento coordinato in cui era evidente che ognuno sapeva esattamente dove mettere i piedi e cosa fare, un momento dopo l’altro.

 

Erano arrivati il giorno prima dalle Eolie, dopo quindici giorni di charter con due coppie di russi bevitori e mangiatori di aragoste; l’indomani sarebbe arrivata una famiglia dalla Spagna per accompagnarli sino a Cefalonia e fare poi il giro delle Isole Ioniche del Sud.

Gli spagnoli avevano resistito a tutti i tentativi di dissuasione relativi alla traversata e avevano voluto per forza raggiungerli a Catania, costringendoli, quindi, a preparare la barca in fretta e furia, fare cambusa, nafta e pulizie, perché sarebbero partiti subito dopo il loro arrivo.

 

I clienti arrivarono puntuali, una coppia della stessa loro età, vestita con semplicità ed eleganza. Arrivarono con il taxi di fronte alla barca; il marito si affrettò ad uscire dalla macchina per aiutare sua moglie a scendere, mentre i due bambini sgattaiolavano fuori per guardare il catamarano a bocca aperta. Il comandante e la sua metà, a loro volta, aspettavano di fronte alla passerella con la divisa della barca e la maglietta pulita. In pozzetto fiori freschi sul tavolo e nella dinette frutta fresca e la cambusa piena.

Dopo i  saluti e le cordialità di rito iniziarono l’imbarco dei bagagli e l’assegnazione delle cabine. In tutto quel bailamme, la spagnola non toccò più che il suo beauty case. Quello che il comandante non faceva in tempo a prendere il marito si affrettava a portare e a riporre nella cabina, sempre con un sorriso e una parola affettuosa per la moglie.

L’intercalare più frequente era “Amor de mi vida”.

 

Finito l’imbarco si era fatta sera; quindi, misero a tavola gli ospiti, servirono la cena e si predisposero a mollare gli ormeggi per percorrere le 230 miglia sino a Cefalonia. Sarebbero arrivati due giorni dopo .

La traversata trascorse tranquilla, in mezzo ad albe e tramonti pirotecnici e con un bel tonno pescato in mezzo allo Ionio.

Il lessico degli spagnoli durante il tragitto rimase in tono con l’inizio: “Amor de mi vida”, “Corazon”, “Mi vida”. Si guardavano negli occhi e si abbracciavano con un bicchiere di prosecco freddo, guardando il tramonto o i delfini. Di solito i bambini giocavano tranquilli in dinette.

Lui era attento ad ogni dettaglio: le chiedeva cosa gradisse e faceva in modo che avesse quello che desiderava un istante prima di essersi resa conto che lo desiderava.

 

La mattina del secondo giorno la hostess iniziò a guardare il consorte skipper con una vaga attesa in fondo agli occhi. Non che ci fosse niente di diverso dal solito… Il lavoro era come gli altri: di notte i turni, la mattina presto la colazione da preparare, si alternavano per il pranzo, lui raccontava nel suo spagnolo approssimativo avventure di mare intrattenendo gli ospiti…

Però… Però la mattina del secondo giorno lei si rese conto che da anni il marito si rivolgeva a lei con il tono con cui si sarebbe rivolto ad una stipendiata che lavorava per lui e cercava di ricordarsi se mai fosse stato vagamente affettuoso con lei come i loro ospiti tra di loro.

Quell’atmosfera di amore e armonia indicava, anche dolorosamente, che non era impossibile essere felici insieme.

 

Quando arrivarono ad Argostoli, due grandi tartarughe, buone padrone di casa, vennero loro incontro nella baia a dare il benvenuto. Lei servì il pranzo in tavola appena terminato di aiutare il marito ad ormeggiare in banchina. L’aria condizionata emetteva un ronzio sommesso.

Gli ospiti andarono a recuperare il sonno in cabina e i due si ritrovarono a pranzare, finalmente soli, in dinette. La stanchezza era tanta, ma non impedì a lei di preparare anche per loro una tavola ben apparecchiata e un pranzo degno.

 

Tentò un approccio dolce con il marito:

“Che bella traversata, sei stato bravissimo!”

“Vabbè! E’ andata come al solito. Per fortuna abbiamo evitato il tempaccio sullo stretto.”

“Vuoi vino?”

“Sì, grazie… così me ne vado in cuccetta a dormire.”

 

E così fu! Mentre lei lavava i piatti, lui andò nella sua cabina all’estrema prua a dormire.

Quando finalmente anche lei raggiunse la sua cameretta, nello scafo opposto a quello del marito, la temperatura era di 50 gradi e dalla cabina del marito usciva un russamento che superava anche il rumore del generatore acceso.

Sconsolata, fece il possibile per recuperare qualche minuto di sonno.

 

Per fortuna, la sera la famigliola degli ospiti andò alla scoperta della cittadina, cenando tutti e quattro al ristorante, e lei poté riposarsi, preparando di nuovo solo per due, ma si ripeté la scena del pranzo.

La tavola apparecchiata con una candela sopra, l’Etna Bianco nella glacette… Appena finito di cenare, il marito si mise a fissare l’iPad con le previsioni e la cartografia per i giorni successivi.

“Andiamo a Itaca domani?”

“Sgnh”

“Oppure potremmo andare ad Atokos: è così bella! Ti ricordi due anni fa?”

“Sghnar”

 

Capita l’antifona, smise di insistere  e, appena finito di rigovernare, andò in cuccetta, giusto in tempo per sentire gli spagnoli che rientravano.

“Amor cuidate de la paserela… Espera: te aiudo! Chicos esperais alla, ahora llego”

 

La cabina della coppia iberica era adiacente alla sua e, malgrado morisse di sonno, dovette partecipare suo malgrado all’amplesso  appassionato all’altro capo della paratia.

Facevano l’amore come due adolescenti.

Dopo cinque minuti, prese il pacchetto di sigarette che teneva nello stipo in fondo alla cuccetta per i casi di emergenza, salì a prua e si mise a fumare nervosamente per un tempo indefinito, guardando la luna che oramai era al terzo quarto e rivestiva il porto e le colline circostanti di luce azzurra come  un incantesimo.

Finalmente smisero e sentì che per qualche motivo lui stava salendo in dinette.

Ebbe una folgorazione: in una frazione di secondo si tolse la camicia da notte e si mise a farsi la doccia a prua, nuda sotto la luna.

Non era una ragazzina, ma portava bene i suoi quasi quarant’anni. Stava in piedi girata verso la baia, con la pelle bagnata lucida e azzurra, con la doccetta di bordo in mano… Si insaponava lentamente. Sapeva che non poteva non essere vista da una persona che fosse salita in quadrato.

Quando ebbe finito chiuse la doccia, si asciugò con calma e si rimise in cuccetta.

Il russamento dallo scafo accanto non si era interrotto neanche per un secondo.

 

Il giorno seguente, di buon ora, mentre lei preparava la colazione, il maritino modello salì come di consueto per prendere il caffè da  portare alla moglie in cabina, mentre tutti gli altri ancora dormivano.

Quella mattina la guardò fisso e non le tolse gli occhi di dosso per tutto il tempo che ci mise a caricare la macchina Nespresso e a preparare il caffè… E non fu poco, perché continuò a sbagliare la cialda da inserire.

E cercava e parlava e guardava.

Lei sorrideva, facendo finta di non accorgersi della nuova attenzione, mentre continuava a preparare tè, succhi di frutta e pane tostato. Invece dei soliti bermuda blu, aveva messo gli short di jeans e una camicetta bianca immacolata.

 

La crociera proseguì quasi tranquilla per altri tre giorni.

Quando arrivarono a Kastos fu necessario scendere per andare a cercare provviste fresche e, siccome erano alla fonda, doveva sbarcare lei da sola per non lasciare incustodita la barca. Lo spagnolo si offrì di accompagnarla. La cosa sul momento non piacque alla moglie, ma lui intavolò una serie di scuse e salì sul gommone di servizio con lei, mentre i bambini facevano una gara di tuffi da prua.

Racconti di mare: Giulietta e Romeo - Photo courtesy: Giampaolo Cantini
Photo Courtesy: Giampaolo Cantini

Arrivati a terra si guardarono intorno e si addentrarono nel minuscolo villaggio. Dopo aver voltato il primo angolo, senza dirsi niente, si guardarono e si baciarono come sub a corto di aria. La passeggiata proseguì tra spesa e baci e terminò con un amplesso in mezzo alla natura, veloce ma degno di un telefilm.

Al rientro, lei si mise a preparare il pranzo, mentre lui preparò il solito cocktail aperitivo per la moglie. Dell’accaduto non si parlò più, ma con il passar delle ore la moglie aveva un lampo di insicurezza negli occhi che non riusciva a definire.

 

Dopo due giorni, la vacanza degli spagnoli terminò: la coppia sbarcò di nuovo ad Argostoli insieme ai suoi bambini entusiasti, con saluti e complimenti.

Anche se non tutti seppero il perché,  più di una persona si sentì sollevata.

Racconti di mare: "Il gatto" di Giampaolo Cantini - Storie del porto

Racconti di mare: Il gatto

IL GATTO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La pagina Facebook era piena di messaggi di cordoglio: uno diceva RIP, l’altro riportava una vecchia foto di gruppo della scuola, un altro ancora aveva la foto di una madonnina piangente,  un interminabile elenco di condoglianze in tedesco. L’uomo scrollava la pagina come se stesse guardando le previsioni del tempo. Man mano che apparivano le foto dello scomparso si potevano riconoscere delle vaghe somiglianze.

Non vedeva suo figlio da più di 10 anni e stava apprendendo in quel momento che non gli era sopravvissuto.

Ad un tratto chiuse il coperchio del laptop e si alzò dal  gabinetto marino; posò il computer e si guardò con cura intorno. Poi tornò indietro e cominciò ad alzare i cuscini della dinette, uno ad uno.

I cuscini erano blu stinto e pieni di macchie, l’ambiente era ingombro di vecchie cose da riparare: una vecchia radio vhf, lo schermo di un radar, attrezzi di tutti i tipi occupavano il tavolo. Su una parete un tornio unto con sopra pezzetti di ferro contorti; sei occhi gialli seguivano i suoi movimenti da angoli diversi della cabina. La barca era un vecchio peschereccio di legno adattato a barca da diporto e, ora, ad abitazione galleggiante male in arnese.

L’uomo aveva gli occhi azzurri e vivaci, il viso pieno di rughe come le persone che passano troppo tempo al sole, le mani nere e piene di calli, i capelli lunghi e unti. Qualche mozzicone di dente aggrappato alle gengive lo faceva sembrare una strega delle favole.

 

Tempo addietro qualcuno aveva lasciato un cartone con dei gattini vicino al cassonetto del molo. Lui li aveva raccolti e da quel momento era nata la colonia felina del vecchio peschereccio, come ereditare un asilo di bambini monelli.

Quella mattina era sparito il tigrato rosso e bianco: non voleva saperne di uscire fuori. L’uomo aveva letto da qualche parte su internet che gli animali quando stanno male si nascondono e  lo stava cercando con ostinazione.

A un tratto sentì  qualcuno che lo chiamava dal molo: decise di fare una pausa nella ricerca ed uscì. Erano due italiani di passaggio in porto che avevano bisogno di un lavoro sul loro catamarano; disse loro che avrebbero dovuto aspettare che finisse quello che stava facendo, senza specificare cosa fosse. La ricerca continuò per un pezzo.

Alla fine della giornata, stanco di girare a vuoto, si presentò finalmente da loro per fare la riparazione richiesta.

 

Marius aveva sempre guardato gli italiani con sospetto. Quella gente vestita in modo curato e prevedibile, che si salutava a voce alta toccandosi con abbracci e grandi pacche sulle spalle, gli destava un sentimento che oscillava tra l’ammirazione e il fastidio.

Era fermo a La Linea de la Concepcion da 10 anni, ma la barca che stava preparando era quasi pronta e, finalmente, di lì a poco avrebbe potuto attraversare anche lui l’oceano, così come tutte quelle persone che vedeva passare da lì anno dopo anno. In fondo, mancava solo l’albero e il sartiame da rifare.

Era arrivato da Amburgo quasi per caso, dopo che lo avevano licenziato dall’officina di camion dove lavorava, perché aveva rimontato male le valvole di un tir che si era poi fermato in Serbia.

Dopo il licenziamento, la moglie lo aveva lasciato e gli aveva impedito di rivedere i figli; allora aveva preso la sua vecchia station wagon caricata con tutto quello che possedeva ed aveva guidato sin dove aveva potuto: la costa europea di fronte all’Africa, uno dei grandi confini del mondo.

Facendo lavoretti si era comprato una barca su cui vivere (il vecchio peschereccio pieno  di rottami ed inclinato su un lato,  ora anche pieno di gatti) ed una barca su cui sognare, un vecchio sloop inglese da riparare.

 

Il lavoro sul catamarano era stato semplice e alla fine del giorno successivo aveva riparato e sistemato varie altre cosette; aveva guadagnato duecento euro ed una bottiglia di vino italiano: andava bene così.

Tornato a bordo chiamò di nuovo il gatto fuggiasco, ma non ci fu nessuna risposta. Si cucinò una minestra sul fornello unto, bevve il vino italiano e si mise a dormire, rassegnato alla perdita.

 

La mattina dopo, come d’abitudine, si svegliò con calma. Con il cuore pesante uscì per commissioni e si trattenne per tutto il pomeriggio.

Passando davanti alla chiesa del paese guardò il campanile e, senza pensarci, entrò; si rese conto che non andava in un posto simile da quando era bambino. La chiesa aveva archi alti ed era completamente dipinta di bianco; in una cappella laterale c’erano ex voto fatti con modelli di barche e quadretti con mari in tempesta e marinai che pregavano come dei fumetti.

“Che stupidaggini” pensò e fece per uscire, quando vide un tabernacolo con altri ex voto di parenti mai tornati dal mare. Senza un motivo, mise due euro nella cassetta ed accese una candela.

Al suo ritorno otto occhi gialli lo guardavano dalla falchetta del peschereccio in attesa della loro cena.

Sorrise e pianse e risalì a bordo per preparare la cena.

Nave Vespucci - Eleonora Lorusso - Presentazione

Nave Vespucci

PRESENTAZIONE IN LIBRERIA

MERCOLEDì 11 SETTEMBRE 2019 ALLE ORE 19.30

Eleonora Lorusso presenta presso La Libreria del Mare il libro “Nave Vespucci – Diario di bordo (radiofonico) dalla Signora dei Mari”. Si tratta di un appassionato diario di bordo, con la storia, i segreti, le foto, gli aneddoti di Nave Vespucci.

 

I ricordi di chi ha navigato tra i ghiacci del Circolo Polare Artico, di chi si è imbarcato in Australia per il giro del mondo della nave scuola della Marina Militare. Uomini e donne, marinai e ufficiali si raccontano e raccontano dettagli di vita quotidiana.

Dove si dorme? Come si vive a bordo? Curiosità, riti scaramantici e storie di eroi (e amori) passati dalle onde del mare a quelle dell’etere sulle frequenze di RTL 102.5, radio ufficiale delle campagne di istruzione.

Uomini di mare o semplici cittadini saliti a bordo per poche ore raccontano l’emozione di aver incontrato “la nave più bella del mondo“, un patrimonio della marineria che appartiene a tutti noi.

Fulvio Giuliani, giornalista e caporedattore RTL 102.5, modererà l’evento, durante il quale interverrà anche l’Ammiraglio Giorgio Lazio, Comandante Marittimo Nord della Marina Militare.

Interveranno anche Alice Arienta e Alvise Ortolani, tra i protagonisti delle storie narrate nel libro!

 

Con la partecipazione di Fulvio Giuliani, giornalista e caporedattore RTL 102.5, e dell’Ammiraglio Giorgio Lazio, Comandante Marittimo Nord della Marina Militare.

Racconti di mare: Il controesodo di Giampaolo Cantini - Storie del Porto

Racconti di mare: Il controesodo

IL CONTROESODO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

All’inizio quasi nessuno ci fece caso o, piuttosto, quasi nessuno dichiarò di farci caso.

Iniziarono i cinesi, un po’ alla volta. Un negozio di casalinghi chiudeva in una via adiacente al corso, poi uno di abbigliamento in periferia, un altro casalinghi a poca distanza, poi quello che vendeva i led e le apparecchiature elettroniche a poco prezzo, poi era la volta di quel bar un po’ triste in periferia dove il barista aveva i capelli spettinati e alla cassa c’era quel ragazzotto cinese che sembrava uscito da un film di arti marziali. Chiusero anche quelli.

“Poco male” si disse la gente. “tanto coi cinesi chi ci ha mai fatto amicizia. Sono mafiosi!”

Però i proprietari delle mura dei negozi e i baristi spettinati (e con la forfora) rimasero senza affitto e senza stipendio.

 

Quando iniziarono a partire i filippini, la cosa iniziò a prendere un aspetto un po’ più definito. Negli aeroporti lunghe e ordinate code al gate per Manila.

Nelle case rimasero polvere e anziani lasciati soli dai figli e dai nipoti, anche perché le persone dell’Est, che li sostituivano nel frattempo, erano tornate a casa pure quelle. Romania, Moldavia, Ucraina… Con i loro pulmini che partivano dalla periferia delle città rientravano muratori, cameriere, badanti e anche delinquenti e mafiosi.

 

Tutti a casa a riprendere il lavoro nei campi e a godere le loro città, che nel frattempo erano diventate piene di luci, con i negozi forniti di ogni ben di dio, con i servizi pubblici e con la polizia che funzionavano e con le scuole piene di bambini.

Già, le scuole! Dopo che se ne furono ripartiti anche i peruviani, dovettero accorpare istituti su istituti: erano rimaste solo classi con bambini italiani, ma si trattava di 2 o 3 per classe. Adesso per portare i figli a scuola bisognava fare parecchi chilometri, visto che un quartiere solo non bastava più a riempirne una, ma ce ne volevano tre o anche quattro.

 

La partenza dei delinquenti aveva gettato nello sconforto coloro che si erano armati in casa, aspettando che qualcuno li rapinasse. Adesso non c’era neanche più la speranza che qualche est europeo gli si intrufolasse dentro casa. Questi passavano mestamente le loro giornate facendo al tirassegno con le lattine di birra vuote messe in cima ai muretti e scommettendo con i vicini di casa se avrebbero fatto centro o no.

 

Il primo egiziano che partì inventò una scusa: disse che doveva andare a visitare la Mecca, ma non tornò mai più. Lo seguirono i fratelli e poi i cugini e poi i cugini dei cugini.

Molti dissero: “Chi se ne importa, tanto a me il kebab fa schifo. Uno straniero di meno, meglio!”

Oltre ai kebabbari chiusero anche quasi tutte le pizzerie, perché i pizzettari erano egiziani.

 

Dopo gli egiziani partirono i marocchini e per avere una bottiglia d’acqua o una Coca Cola sulla spiaggia bisognava fare chilometri, visto che nessuno più la portava ai bagnanti. E, come queste, molte altre piccole comodità che tutti davano per scontate svanirono in uno schioccar di dita… Per non parlare dei cantieri edili che si fermarono quasi completamente.

 

Oltre al personale di servizio, alle badanti, ai muratori, partirono anche tutte le infermiere e i paramedici che lavoravano nelle cliniche private. Chi tornava in India, chi in Iran, chi in Sud America… Fatto sta che molte cliniche private si trovarono, da un giorno all’altro, senza nessuno che potesse seguire i malati. Sicuramente senza nessuno che lo facesse ai prezzi a cui lo facevano gli stranieri.

Il risultato fu che molte cliniche furono costrette a chiudere e quelle rimanenti facevano dei prezzi che si potevano permettere pochissime persone, che, tra l’altro, alla fine sceglievano di farsi curare all’estero.

 

Il momento più commovente fu quando partirono gli africani. Come le anguille tornano al Mar dei Sargassi, come i salmoni risalgono i fiumi dopo migliaia di chilometri di migrazioni seguendo un misterioso istinto, anche gli africani si ritrovarono in massa sulle spiagge del Sud Italia: Lampedusa, Catania, Siracusa, la Calabria, la Puglia. Partivano con ogni mezzo che galleggiasse e si allontanavano verso le coste del loro continente. Naturalmente qualcuno moriva durante il percorso, ma non gli importava: dovevano seguire il loro destino.

 

Il mercato agroalimentare subì un contraccolpo mortale. Nessuno raccoglieva più i pomodori, i cocomeri, le olive, le mele…  Nessuno caricava cassette sui trattori e sui camion. Gli italiani erano totalmente impreparati a fare quei lavori, ma non basta: nessuno era disposto a farlo ai prezzi che avevano accettato gli africani! Quindi, la frutta e gli ortaggi rimanevano sulle piante o marcivano a terra. La maggior parte delle imprese fu costretta a chiudere.

 

Quando i prezzi della terra furono al minimo, astuti mercanti tedeschi comprarono per un tozzo di pane quasi tutta la terra coltivabile e gli italiani, che una volta si erano rifiutati di fare quei lavori, nel giro di poco furono costretti a farli ai prezzi degli africani.

 

Quando se ne andarono anche i bangla, nessun negozio di frutta e verdura o di bibite rimase più aperto dopo le 7 di sera. Il risultato fu che nelle città sembrò che ci fosse il coprifuoco: non usciva quasi più nessuno.

 

Nel giro di un paio di anni il paese cambiò faccia. Per strada solo bianchi vecchi e vecchissimi. I pochi giovani che erano rimasti giravano con aria spersa.

 

I grandi supermercati e i centri commerciali piano piano chiusero e sembrò di essere ritornati agli Anni 70. L’alimentari di quartiere con un prodotto per ogni genere, abbigliamento senza griffe in cui si chiedeva un paio di calzoni o un paio di scarpe… Anche le automobili, oramai, erano solo italiane e di due o tre modelli, perché nessuno poteva più permettersi auto straniere, visto il tracollo che aveva subito l’economia. I voli low cost non fermavano più in Italia; c’era solo Alitalia e un biglietto Roma Milano tornò a costare come ai tempi delle lire, ma in euro: 450 euro andata e ritorno.

 

Adesso devo smettere di scrivere, tra poco scatta l’ora decisa per il  razionamento dell’energia elettrica e rischio di non poter salvare il racconto se mi staccano la corrente.

"Il sabato del villaggio" di Giampaolo Cantini - Storie del porto

Racconti di mare: Il sabato del villaggio

IL SABATO DEL VILLAGGIO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

Le tre amiche si facevano selfie sul muretto  facendo smorfie e atteggiandosi a fare le pose come avevano visto fare su Instagram; erano alla fine dell’adolescenza ed avevano fretta di crescere, come tutte le ragazze della loro età.

Di fronte a loro un gruppetto di maschi le scimmiottava ridendo. Erano vestiti in tuta, come i rapper americani, ma con le infradito.

Erano amici da sempre: alcuni avevano appena finito la scuola superiore, altri ancora no. Passarono il pomeriggio a scherzare e a prendersi in giro. Qualcuno aveva un altoparlante bluetooth che suonava dai telefonini lo streaming con le canzoni preferite dal gruppo, che venivano ballate a turno e filmate, per poi essere messe quasi direttamente sui portali dei social.

 

Quando tornò a casa all’ora di cena senza aver fatto i compiti, la madre la sgridò.

“Anche stasera a ballare? Non se ne parla! Tu stasera stai a casa e finisci di studiare!”

Aveva un tono che non ammetteva repliche. La ragazza provò a bofonchiare qualcosa, poi corse in camera sua in lacrime, sbattendo la porta.

 

Quando ebbero finito di cenare, si chiuse in camera e provò a sfogliare il libro, ma proprio non le andava di studiare. Si affacciò alla finestra a guardare la luna che sorgeva: era quasi piena ed aveva una luce sfacciata e violetta. Dopo un po’ che stava in quella posizione, guardò l’ora e vide che era quasi mezzanotte. In casa  dormivano tutti e lei non aveva ancora sonno; quindi, si rivestì e sgattaiolò fuori dalla finestra.

 

Il rossetto fucsia risaltava sulla pelle bruna della ragazza, che guardava la pista con finto distacco, vestita in canottierina e minigonna… C’era un gran baccano.

Bande che suonavano dal vivo e dj in ogni baretto della spiaggia producevano ritmi diversi, sui quali la ressa di giovani si scatenava sudata e felice. La musica incalzava martellante e tutto il piazzale si muoveva come un‘onda illuminata dalle luci al neon dei piccoli bar. Era sabato sera a Mindelo.

 

Anche un gruppo di turisti si agitava sulla pista, cercando di confondersi con i locali… uno sforzo inutile, visto che erano gli unici bianchi in mezzo ai capoverdiani. Erano italiani, erano di mezza età ed erano vestiti con calzoni corti e camicie alla moda.

 

"Il sabato del villaggio" di Giampaolo Cantini - Storie del porto
© Giampaolo Cantini

La luna adesso era alta e si rifletteva sul mare come il più bello degli effetti possibili per una serata di danza. Di fronte alla piccola spiaggia si stagliava l’Isola di Sant’Antao, silenziosa e austera.

 

Dopo un ripetuto scambio di sguardi, uno degli uomini si staccò dal gruppo e si avvicinò alla ragazza.

“Ciao! Balli?”

Aveva parlato in italiano, che lei capiva piuttosto bene, perché simile alla sua lingua.

“Ok” rispose seccamente e posò il bicchiere di plastica.

Dopo un istante erano nella calca, uno davanti all’altra; lui le guardava il seno che si muoveva sotto la camicetta, lei guardava altrove e seguiva tutto con la coda dell’occhio e un’indifferenza da giocatore di poker professionista.

Lui cercava argomenti e continuava a parlare ininterrottamente.

“Sai siamo qui con un gruppo di colleghi. Avevamo una convention all’isola vicina e adesso stiamo visitando l’arcipelago. A casa ballo la salsa. Mi piace ballare: sono di Modena”

Continuarono a comunicare un po’ in italiano, un po’ in portoghese e un po’ in inglese.

 

Adesso si era sostituita al dj una banda con tamburi e ottoni. La folla li salutò con grida di entusiasmo; un cantante con camicia colorata e brillantina cantava canzoni romantiche.

Il ritmo si era fatto meno ossessivo e il gruppo dei danzatori si univa a due a due; anche l’uomo e la ragazza iniziarono a ballare stretti.

 

Dopo qualche passo incerto, l’uomo era entrato nel tempo e si muovevano come una cosa sola. La sua camicia bianca aveva grandi macchie di sudore a cui si univa il sudore di lei. Era un bello spettacolo vederli ballare.

 

Gli altri italiani  in un angolo della pista facevano smorfie come tifosi di una squadra di calcio. Lei faceva finta di non vederli e sorrideva felice alle amiche che si dimenavano vicino al banco del bar.

 

Dopo un po’ lui senza tanti complimenti la invitò in albergo; lei non fece una piega: raccolse la borsetta che aveva lasciato alle amiche, le salutò con un occhiolino e lo seguì.

 

Rientrò a casa prima dell’alba e, senza rompere il silenzio della casa che dormiva, andò in cucina a bere un bicchiere di latte per togliersi dalla bocca il sapore dell’alcol.

 

L’uomo si svegliò che era giorno fatto. Si alzò con calma, canticchiando si fece la doccia e si vestì. Si sentiva un leone.

Quando fece per sistemare il suo bagaglio, non trovò più soldi nel portafogli né il cellulare.

 

Iniziò a pensare ad una scusa da raccontare alla moglie.

Racconti di mare: "Centuri" - Storie del porto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Centuri

CENTURI

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La primavera in Corsica era così: da un giorno all’altro il Maestrale finiva di battere la costa e il cielo, prima terso come l’acciaio, diventava di un azzurro più tenue; la temperatura si addolciva e si affacciavano le prime rondini.

Tra poco gli uomini avrebbero rimesso in mare le barche da pesca e ricominciato a calare i lunghi palamiti con cui prendevano dentici grandi e saporiti.

 

Anna era di Centuri, il primo paesino a nord ovest di Capo Corso, poche case su un minuscolo golfo con un porticciolo per gozzi, riparato a ovest da un isolotto su cui le onde frangono urlando quando c’è vento forte da ovest.

La madre, Marcella, era italiana, di Monfalcone, arrivata lì in vacanza molti anni prima e mai più ripartita, perché si era sposata con Xavier, marsigliese, che era stato sottufficiale alla Legione Straniera di Calvi, anche lui mai più ripartito.

La stagione che preferiva era l’autunno, quando in paese rimaneva un centinaio di abitanti, l’aria diventava fredda e leggera e si andava in montagna a raccogliere le castagne con cui fare la marmellata e i funghi da mettere sottolio per l’inverno. In mare gli uomini pescavano i calamari e nelle strade si facevano tavolate tra vicini, che erano quasi tutti imparentati. Non si muoveva quasi mai dal paese, neanche per andare a Bastia, che pure distava solo mezz’ora in automobile.

La vita scorreva così da quando Anna poteva ricordare, da sempre.

 

Quell’anno la stagione turistica era iniziata presto e dalla metà di maggio, al ristorante che gestiva vicino al porticciolo, era iniziato un flusso di turisti che si litigava le case del piccolo villaggio. La confusione non piaceva agli abitanti, ma sarebbe finito tutto con l’arrivo delle prime piogge di settembre. Tanto valeva aspettare.

Una sera, quasi alla chiusura del ristorante, era rimasto un tavolo con tre uomini. Al momento di pagare quello con i capelli rossi le aveva messo i  soldi contati in mano e, mentre lo faceva, aveva esitato con la mano nella sua, guardandola negli occhi.

Sentì un tuffo al cuore che non seppe spiegarsi.

Cosa poteva avere quello sconosciuto per smuoverla così?

Si sentì quasi offesa da quella emozione inaspettata e arrossì con una vampata, si girò di scatto e tornò all’interno a passo svelto.

Il paese era minuscolo e non c’era modo di evitarsi. il giorno dopo lo rincontrò al bar e poi di nuovo al ristorante. Tutte le volte il cuore le saltava in gola, non lo sopportava.

Alla fine pensò che l’unico modo di liberarsi di quella emozione assurda era assecondarla ed accettò la corte che le faceva l’uomo.

Racconti di mare: "Centuri" - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Tramonto
© Giampaolo Cantini

Dopo due giorni fecero l’amore al tramonto, in cima ai calanchi sopra il Faro di Capo Corso . Anna non aveva fatto sesso molte volte in vita sua: un compagno di classe al liceo, un amico del cugino e un inglese in gita scolastica di cui non ricordava neanche il nome. Semplicemente non rientrava tra i suoi interessi, tra le sue priorità.

 

Furono due settimane intense e selvagge. Gli mostrò i suoi posti preferiti e in quasi tutti si amarono senza reticenze.

 

Al momento della partenza lui aveva gli occhi lucidi; si promisero di scriversi e di rivedersi il prima possibile. Lei avrebbe avuto il suo posto a casa di lui quando avrebbe voluto e senza limite di tempo. Si baciarono lungamente, poi lei lo guardò negli occhi, si girò e si incamminò verso casa senza voltarsi.

La mattina dopo si alzò di buon’ora come era sua abitudine e si incamminò verso la montagna; aveva perso sin troppo tempo, adesso era ora di darsi da fare: i primi asparagi selvatici stavano spuntando.

Racconti di mare: Non vi allontanate - Storie del porto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Non vi allontanate

NON VI ALLONTANATE

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Non vi allontanate, non strillate, non tiratevi la sabbia, non fate il bagno da soli, non fate a botte” disse l’uomo, mentre spalmava di crema due bambini, un maschio e una femmina di circa 9 e 10 anni.

Sul lettino accanto a lui una ragazza visibilmente più giovane prendeva il sole con grandi occhiali scuri ed un costume minuscolo.

Il sole di luglio non dava scampo quel giorno e tutti si erano riversati al mare.

Il grande  stabilimento balneare di legno bianco sembrava la tolda di una nave degli Anni Cinquanta. Dietro al bancone del bar, alcuni ragazzi erano  indaffarati a servire bibite ghiacciate per le decine di tavolini seminati intorno, con persone di tutte le età in occhiali da sole e costume, marchiati dai tatuaggi più disparati.

Dagli altoparlanti una musica fastidiosa e tutta uguale copriva il rumore delle onde e dei gabbiani e il vocio dei bagnanti.

“Ma non toccavano a tua moglie questo weekend?” chiese la ragazza, senza aspettare che  i bambini fossero sufficientemente  lontani.

“No. Luglio è tutto nostro… Ma tu non preoccuparti: ci penso io!”

“Non pretenderai che ci pensi io, spero”.

L’uomo rivolse gli occhi al cielo e si appoggiò alla sdraio con un quotidiano sportivo in mano.

Un vago senso di angoscia non gli dava pace, ma non riusciva a coglierne la causa e, soprattutto, evitava di pensarci. Si immerse nella lettura.

Racconti di mare: Non vi allontanate - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Macchia mediterranea
© Giampaolo Cantini

Dietro lo stabilimento, la duna sabbiosa coperta di macchia mediterranea resisteva eroicamente all’assedio degli stabilimenti che, per fortuna, durava solo poche settimane l’anno.

Di fronte a lui, sul bagnasciuga, la figlia iniziò a tirare i capelli ad un’altra bambina, mentre il fratello urlava come un gabbiano. L’uomo fece finta di niente e alzò il giornale sulla faccia a mo’ di sbarramento.

 

Sotto l’ombrellone accanto, due uomini con capelli e barba curatissimi parlavano animatamente a bassa voce; la vicinanza faceva arrivare brandelli di discorso.

“Lo so che tu hai lasciato il tuo compagno, ma io non so come dirglielo. Devi considerare che ci sono anche i ragazzi, è una cosa delicata”.

“Sarà delicato, ma stiamo insieme da quattro anni e ancora viviamo in clandestinità!”

“Sì, ma lei non se lo aspetta e poi vivo ancora a casa sua”

“Appunto! Non pensi che sia ora di fare chiarezza? Anche perché tua moglie si sarà fatta delle domande… Da dove provengono i regali che ti faccio… o no?”

“Ma sì, ma vedi… Lei pensa che sia una zia che ha sempre avuto un debole per me che mi vizia… Per quello non c’è problema”.

“Il problema c’è per me, però!”

 

Adesso era intervenuta la madre della bambina con i capelli tirati, che aveva separato le due belligeranti e cercava i genitori della piccola lottatrice, trattenendola per il braccio mentre lei piangeva e si dimenava, mentre il fratellino indicava il padre sulla sdraio.

Vistosi scoperto, l’uomo si alzò e gli andò incontro sulla sabbia rovente, alzando la voce. Riprese i figli che piangevano, diede un’occhiata all’ombrellone e li mise a giocare a distanza di sicurezza. La ragazza sul lettino non mosse un muscolo.

Tornando alla sua sdraio passò davanti ai vicini e vide che ne era rimasto solo uno, che guardava immobile verso l’orizzonte una barca a vela che andava verso sud.

Vide che aveva gli occhi umidi sotto  gli occhiali da sole, ma forse fu solo una sua impressione.

Presentazione del libro "Navigatori Straordinari" di Gabriele Musante

Navigatori straordinari

PRESENTAZIONE IN LIBRERIA

MARTEDI’ 16 LUGLIO 2019 ALLE ORE 19.00

 

Gabriele Musante presenterà presso La Libreria del Mare il libro “Navigatori straordinari – I pionieri della vela d’altura“. In questa graphic novel l’autore racconta le personalità e le imprese di cinque uomini di mare emblematici.

Joshua Slocum, Jack London, Francis Chichester, Bernard Moitessier ed Eric Tabarly, in effetti, hanno ispirato intere generazioni di velisti! Tuttora, incarnano lo spirito d’avventura e il desiderio di conoscere il mondo nell’immaginario collettivo.

Jack London ritratto da Gabriele Musante
Jack London ritratto da Gabriele Musante

Gabriele Musante è un velista appassionato e un illustratore professionista. Negli anni, infatti, ha collaborato con diversi editori e molte riviste del settore nautico, fra cui Bolina!

Davide Gnola, invece, direttore del Museo della Marineria di Cesenatico, ha curato una scheda per ciascun protagonista all’inizio di ogni capitolo.

Attraverso immagini e racconto, rivivremo insieme le imprese di questi cinque navigatori straordinari che hanno segnato la storia!

Se volete saperne di più sulle loro gesta, questo è certamente un appuntamento da non perdere!

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Nuvole

Racconti di mare: Tortilla

#lestoriedelcatamarano

TORTILLA

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Ci serve un inverter nuovo! Vai a cercarlo a Gibilterra mentre faccio il tagliando ai motori. Dobbiamo partire entro domani ed è meglio che sia a posto” disse l’uomo con tono deciso.

“Portati il passaporto, il foglio con le specifiche e il cellulare, se ti servissero altre informazioni”.

“Vado, a dopo” rispose brevemente la donna, contenta di allontanarsi per qualche ora dal cantiere a cielo aperto che era diventato il loro catamarano.

 

Quel giorno le toccava arrivare a Gibilterra, ossia superare a piedi i grandi spiazzi che ospitavano i camion in attesa di fare dogana, i gabbiotti con le guardie indaffarate a controllare documenti, il posto di frontiera tra la Spagna e l’Inghilterra e poi, in qualche modo, arrivare alla zona industriale dall’altra parte.

 

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Architettura
© Giampaolo Cantini

Era un posto surreale: palazzi moderni accanto a baracche, accanto a villini liberty; negozi di tutti i tipi nella zona franca: gioiellieri, abbigliamento, profumi, persone di tutte le nazionalità, ma soprattutto pensionati inglesi vestiti in modo pacchiano alla ricerca di un mitologico sole mediterraneo.

Fortunatamente non ci mise molto a trovare il suo pezzo e, dopo un pranzo a base di fish and chips in un bar sul corso, all’inizio del pomeriggio era di nuovo a bordo.

 

Erano in sosta a La Linea de la Concepciòn, la parte spagnola adiacente a Gibilterra, in attesa di fare il primo salto in Oceano Atlantico dopo il Mediterraneo, verso le Canarie e poi più in là. Erano fermi da qualche giorno a riparare piccoli guasti al loro catamarano, che aveva fatto la stagione di charter ed era ripartito dalla Sardegna senza il tempo di fare manutenzione.

Percorrevano i piazzali vuoti più volte al giorno per arrivare ai vari chandler e comprare i pezzi che di volta in volta servivano. Alla fine della giornata erano esausti.

 

Per dare un po’ di colore a quella sosta nel deserto andavano a prendere l’aperitivo in un bar container con veranda in mezzo al piazzale più vicino ai pontili del diporto. Vermouth bianco, che in Andalusia chiamano manzanilla per lei, gin tonic per lui.

 

Quella sera arrivarono più tardi del solito. Il bar-container era quasi vuoto. Presero il loro drink e si sedettero accanto a due amiche spagnole, una mora e una bionda, che bevevano gin tonic parlando fitto fitto.

Dopo la lunga passeggiata della mattina e aspettandosi una sveglia all’alba, la donna era di pessimo umore, ma non voleva farlo vedere.

 

Sorseggiava con calma la sua manzanilla quando, attratta dalle risate vicino a lei, si girò e  trovò suo marito che parlava con le signore del tavolo accanto nel suo spagnolo pedestre, ma pieno di vitalità. Stavano scambiandosi ricette di cucina e le due amiche si  soffermavano sui tempi da dedicare alla tortilla con patatas. La mora era per una soluzione devota: bisognava mischiare le uova per il tempo di un paternostro e girare la tortilla dopo un’avemaria o qualcosa del genere. La bionda, invece, era per mischiare giusto il tempo di una sevillana, un flamenco andaluso che non esitò a mettere rumorosamente in scena per gli astanti.

 

Non aveva voglia di parlare e non aveva voglia che quelle due donne rumorose piene di denti e di risate parlassero con suo marito in quel modo, ma non aveva la minima intenzione di  dare soddisfazione né a lui né a loro passando per scontrosa. Si limitò, quindi, ad un sorriso ebete e condiscendente, mentre i tre parlavano e ridevano come se si conoscessero da anni.

Raccontarono che erano imbarcate a loro volta su di un catamarano con un comandante americano di origini turche, che avevano fatto una cambusa degna di un ristorante di livello, che erano via per un anno sabbatico e che anche loro erano dirette verso i Caraibi.

Lui gli raccontò del loro lavoro (ma non si fa mai gli affari suoi questo), della figlia piccola rimasta a casa e della prossima traversata.

 

Alla fine del terzo gin tonic si scambiarono il numero di telefono, ripromettendosi di incontrarsi tutti insieme durante il tragitto. Lei avrebbe voluto sciogliere l’allegro trio  nell’acido, ma per quella volta si trattenne e salutò sorridendo, mentre si avviavano verso la loro barca.

Con la scusa che il marito russava e lei non riusciva a recuperare tra un turno di navigazione e l’altro, si era riservata una cabina tutta per sé. La stava bramando come una coca cola nel deserto sin dalla mattina.

Prima dell’alba, in silenzio, si alzò. Prese il cellulare del marito dal tavolo della dinette, mise il numero delle spagnole tra gli indesiderati e sostituì il contatto con un numero a caso. Poi tornò a dormire.

 

Racconti di mare: Tortilla - Storie del porto di Giampaolo Cantini - Oceano
© Giampaolo Cantini

La mattina seguente si alzarono di buon’ora: li aspettavano 500 miglia tutte dritte e una perturbazione che prometteva vento contrario di lì a poco. Avrebbero deciso durante la strada se riparare in Marocco oppure proseguire.

Mentre facevano le pratiche di uscita all’ufficio posto all’imboccatura del porto, videro passare, in fila con le altre barche, il catamarano dell’americano-turco che si avviava verso il mare aperto con le due amiche ciarliere sulla prua.

Le salutò con il polso fermo e un gesto della mano simile a quello della Regina Elisabetta.

Racconti di mare: Buio - Storie del porto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Buio

BUIO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La notte era nera come un bicchiere d’inchiostro. Il ragazzo aveva il fiatone, non sapeva più per quanto aveva corso zigzagando tra i vicoli sbrecciati che puzzavano di orina.

Gli facevano male le ossa e aveva due ferite rimarginate male sotto l’occhio destro, che era chiuso e pesto. Gli faceva male anche l’aria che lo colpiva sul viso.

 

Sentì di nuovo le voci degli inseguitori in quella lingua che non capiva, vide una botola su una parete e ci strisciò dentro. Era una vecchia carbonaia; si strinse in un angolo ed aspettò che passassero oltre, scosso dai tremori.

 

Continuò a stare lì per la mezz’ora successiva, un po’ per paura che tornassero indietro, un po’ per recuperare. Era notte fonda quando strisciò fuori di nuovo, nel vicolo.

Non sapeva dove si trovava, ma sentiva una brezza fresca che odorava di alghe e andò in quella direzione.

Arrivò alla fine delle case, di fronte ad una lunga grata che separava la strada dalla spiaggia, e per un po’ stette a guardare.

In lontananza, sulla spiaggia, poteva distinguere una piccola folla da cui due torce elettriche fendevano il buio. Non parlava quasi nessuno, solo i due con le torce ogni tanto dicevano qualcosa e gli altri si muovevano.

 

Dopo qualche minuto il ragazzo iniziò a camminare scorrendo lungo la grata, tenendosi   basso, e si avvicinò al gruppo di persone. Da un punto della cancellata in cui mancavano due sbarre si infilò ed uscì sulla spiaggia.

 

Un po’ per l’oscurità, un po’ perché erano tutti indaffarati, non gli fece caso nessuno; quando fu più vicino prese una maniglia del gommone e si unì al gruppo che lo stava mettendo in acqua.

Quando l’imbarcazione iniziò a galleggiare, si appoggiò istintivamente alla maniglia del canotto. Non sapeva nuotare e l’acqua gli dava il panico; poi, qualcuno lo spinse e si trovò anche lui a bordo con tutti gli altri.

Rimase in silenzio e si strinse in un angolo. Anche gli altri erano silenziosi, solo i due con le torce continuavano a dare ordini di quando in quando in tono basso e secco, ma lui non li capiva.

Poi qualcuno accese il fuoribordo e il gommone iniziò a muoversi. Quelli con le torce erano rimasti a terra e ora urlavano: “GO, GO, GO”.

 

Il gommone arrancò  sulle onde che frangevano, per fortuna basse, e piano piano prese il largo. Il ragazzo si addormentò.

Quando riaprì gli occhi era da poco salito il sole; sentiva l’aria dell’alba sul viso, aveva ancora le scarpe bagnate e piene di sabbia.

Guardò le facce di quelli che lo circondavano: erano donne e uomini di tutte le età, poteva riconoscere la provenienza di qualcuno, ma non di tutti. Non si vedeva più la costa da nessuna parte, il gommone era morbido e seguiva l’andamento delle onde, il motore chiocciava monotono.

Passarono vicino ad una grossa tartaruga marina che caracollò spostata dalle onde del canotto, alzando le zampe anteriori. I passeggeri del canotto emisero un grido di gioia in cui si scioglieva la tensione della partenza e della notte in mare.

Il ragazzo si guardò intorno e pensò alla maglia del Real Madrid, che aveva addosso suo cugino nella foto che gli aveva mandato l’anno prima sul telefonino. Si alzò il bavero della camicia e guardò verso l’orizzonte.

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