Shelter Bay, Storie del Porto

Racconti di mare: Shelter Bay

#lestoriedelcatamarano

Shelter Bay

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

“Niente da fare, il motore di sinistra non va! Dobbiamo fermarci appena possibile” disse l’uomo.

“E allora? È notte, dove andiamo?” rispose allarmata la moglie.

Erano le 11 di sera e il catamarano arrancava di bolina, aiutandosi con un motore al largo della costa panamense. Risaliva la costa dopo una stagione di noleggio alle Isole San Blas.

“Tra poche miglia c’è Shelter Bay. L’ingresso mi sembra tranquillo. Proviamo lì, poi domani vediamo cosa fare”.

La mattina dopo il grande catamarano bianco era ormeggiato nel piccolo porto che sta sul lato atlantico del Canale di Panama.

Dopo poco fu chiaro che non sarebbero potuti partire molto presto da lì.  Dovevano sostituire la pompa della nafta e, siccome lì non esistevano ricambi, avrebbero dovuto far arrivare il pezzo  dall’Europa.

Shelter Bay, Storie del Porto
© Giampaolo Cantini

Era aprile. Il clima era caldo e umido come sempre da quelle parti. A circa un’ora di macchina, la città di Colon, in cui era poco raccomandabile girare da soli. Intorno al marina la foresta pluviale, i resti della base militare americana che aveva gestito il Canale sino al 1999, palazzine invase dai rampicanti e dagli iguana,  i resti dei bunker che nei  primi del 900 difendevano quel lato del Canale quando fu costruito e quelli di Fuerte de San Lorenzo, un forte spagnolo del 1600 che controllava la foce di un grande fiume per impedire le incursioni dei pirati.

La storia era passata da quel posto lasciando resti sparpagliati un po’ dappertutto e la natura li stava digerendo piano piano.

Dopo una settimana di quella sosta non programmata, l’atmosfera non era delle migliori; per di più, non c’era un meccanico vero e proprio e bisognava arrangiarsi da soli. L’unico aiuto era Henry, un meccanico canadese in pensione che faceva lavoretti per chi ne aveva bisogno a prezzi ragionevoli e parlava anche un italiano decente. Era un tipo magro e abbronzato con gli occhi chiari e i  capelli grigi, sempre in camicia scozzese e con risata trascinante. Alla donna aveva ispirato simpatia da subito: le ricordava  il padre scomparso tanti anni prima.

Le  barche che dovevano attraversare il Canale si fermavano lì per fare le pratiche: c’era  un andirivieni di occidentali, famiglie, coppie, avventurieri e navigatori solitari.

Per spezzare la monotonia, a turno si organizzavano aperitivi sulle barche di passaggio prima del tramonto, perché dopo diventava troppo buio per qualunque attività. Ognuno faceva del suo meglio per rendere gli incontri  allegri e anche loro due provavano a dissimulare la noia e la tensione di non sapere quando sarebbero potuti ripartire.

La compagnia era eterogenea: una coppia di australiani che tornava a Perth con un elegantissimo catamarano acquistato in Sud Africa, una coppia di italiani che stava per tornare in Italia in aereo lasciando lì la loro barca sino alla prossima stagione, un tedesco, navigatore solitario suo malgrado, che voleva attraversare l’oceano Pacifico sulla sua piccola barca di ferro rugginoso e una coppia di anziani gay francesi in giro sul loro sloop di legno… E poi c’era Henry, che non perdeva mai una birra fresca e un po’ di compagnia.

Shelter Bay, Storie del Porto
© Giampaolo Cantini

Viste le scarse attrattive del luogo tutti arrivavano lì per ripartire prima possibile.

Finalmente  il pezzo del motore arrivò e la notizia fu annunciata e celebrata durante uno degli aperitivi al tramonto.

Anche Henry sorprese la compagnia, annunciando trionfante che non sarebbe mancato molto anche alla sua partenza e raccontò con dovizia di particolari come sulla sua barca aveva rappezzato, resinato, smontato, eccetera eccetera e che, finalmente, era tutto a posto e, quindi, era ora di muoversi da lì. Passarono la sera a fare programmi su dove si sarebbero incontrati navigando verso nord.

Brindarono con pina colada fresca e mangiarono salatini australiani e salame italiano, prelibatezze da navigatori. Poi ognuno a cenare sulla propria barca.

Arrivato il pezzo, in un paio di giorni il catamarano fu pronto a riprendere la via per Bahamas e poi rientrare verso il Mediterraneo.

La sera prima di riprendere il largo fecero un piccolo brindisi di commiato con gli amici  presenti, come usa in queste occasioni, ma Henry non arrivava.

“Strano, è sempre il primo” pensò la donna e, dopo un po’,  si avventurò a cercarlo tra le barche in secca nel piazzale dietro agli uffici.

Si trovò in una specie di cimitero popolato da ogni tipo di rottame nautico e meccanico, un vecchio rimorchiatore, barche di tutti i tipi ed in tutti gli stati, ma del canadese nessuna traccia.

Stava per abbandonare la ricerca quando in fondo al piazzale, proprio dove stavano gli scafi abbandonati da più tempo, riconobbe il nome sulla poppa di una delle carcasse e si ricordò di quello che le aveva detto Henry: Polaris.

La barca si presentava  come se fosse  stata in acqua per  un tempo indefinibile, coperta di alghe secche, con un fianco squarciato e la coperta divelta; l’albero era un rottame contorto, appoggiato accanto allo scafo. Rimase di sasso. Chiamò il loro amico a gran voce, ma non ebbe risposta. Dall’alto delle palme una famiglia di scimmie la guardava incuriosita.

Tornando indietro non sapeva cosa pensare… Il piazzale non era grande e la barca doveva essere per forza quella.

Vicino ad una delle baracche degli attrezzi incontrò il direttore del cantiere, un indio che parlava un discreto inglese, che le raccontò la storia di Henry. Sei anni prima, alla fine del giro del mondo, aveva sbagliato l’ingresso nel porto e la barca si era appoggiata sugli scogli. Siccome lui e la moglie avevano venduto quello che possedevano per portare a termine la loro impresa, non avevano più soldi per poterla recuperare. Era, quindi, rimasta nell’acqua per diverse settimane. Quando finalmente era riuscito a  pagare un pontone, l’aveva portata sul piazzale dietro al porto, dove era rimasta da allora. Dopo poco la moglie era tornata in Canada dai figli e non aveva più voluto sentirne parlare.

La notizia la colpì, rimase in silenzio e, assorta nei suoi pensieri, ritornò verso il porto.

Rientrata al pontile, sentì una risata familiare: era Henry che brindava a bordo del loro catamarano, festeggiando rumorosamente con suo marito.

“Ciao bella! Dove eri finita? Mi avete preceduto di qualche giorno, ma tra un paio di settimane vado in mare anche io! Ci rivedremo in giro!”

Dissimulò il suo stupore. Sorrise e lo abbracciò, stretto.

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