Racconti di mare: "Il gatto" di Giampaolo Cantini - Storie del porto

Racconti di mare: Il gatto

IL GATTO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La pagina Facebook era piena di messaggi di cordoglio: uno diceva RIP, l’altro riportava una vecchia foto di gruppo della scuola, un altro ancora aveva la foto di una madonnina piangente,  un interminabile elenco di condoglianze in tedesco. L’uomo scrollava la pagina come se stesse guardando le previsioni del tempo. Man mano che apparivano le foto dello scomparso si potevano riconoscere delle vaghe somiglianze.

Non vedeva suo figlio da più di 10 anni e stava apprendendo in quel momento che non gli era sopravvissuto.

Ad un tratto chiuse il coperchio del laptop e si alzò dal  gabinetto marino; posò il computer e si guardò con cura intorno. Poi tornò indietro e cominciò ad alzare i cuscini della dinette, uno ad uno.

I cuscini erano blu stinto e pieni di macchie, l’ambiente era ingombro di vecchie cose da riparare: una vecchia radio vhf, lo schermo di un radar, attrezzi di tutti i tipi occupavano il tavolo. Su una parete un tornio unto con sopra pezzetti di ferro contorti; sei occhi gialli seguivano i suoi movimenti da angoli diversi della cabina. La barca era un vecchio peschereccio di legno adattato a barca da diporto e, ora, ad abitazione galleggiante male in arnese.

L’uomo aveva gli occhi azzurri e vivaci, il viso pieno di rughe come le persone che passano troppo tempo al sole, le mani nere e piene di calli, i capelli lunghi e unti. Qualche mozzicone di dente aggrappato alle gengive lo faceva sembrare una strega delle favole.

 

Tempo addietro qualcuno aveva lasciato un cartone con dei gattini vicino al cassonetto del molo. Lui li aveva raccolti e da quel momento era nata la colonia felina del vecchio peschereccio, come ereditare un asilo di bambini monelli.

Quella mattina era sparito il tigrato rosso e bianco: non voleva saperne di uscire fuori. L’uomo aveva letto da qualche parte su internet che gli animali quando stanno male si nascondono e  lo stava cercando con ostinazione.

A un tratto sentì  qualcuno che lo chiamava dal molo: decise di fare una pausa nella ricerca ed uscì. Erano due italiani di passaggio in porto che avevano bisogno di un lavoro sul loro catamarano; disse loro che avrebbero dovuto aspettare che finisse quello che stava facendo, senza specificare cosa fosse. La ricerca continuò per un pezzo.

Alla fine della giornata, stanco di girare a vuoto, si presentò finalmente da loro per fare la riparazione richiesta.

 

Marius aveva sempre guardato gli italiani con sospetto. Quella gente vestita in modo curato e prevedibile, che si salutava a voce alta toccandosi con abbracci e grandi pacche sulle spalle, gli destava un sentimento che oscillava tra l’ammirazione e il fastidio.

Era fermo a La Linea de la Concepcion da 10 anni, ma la barca che stava preparando era quasi pronta e, finalmente, di lì a poco avrebbe potuto attraversare anche lui l’oceano, così come tutte quelle persone che vedeva passare da lì anno dopo anno. In fondo, mancava solo l’albero e il sartiame da rifare.

Era arrivato da Amburgo quasi per caso, dopo che lo avevano licenziato dall’officina di camion dove lavorava, perché aveva rimontato male le valvole di un tir che si era poi fermato in Serbia.

Dopo il licenziamento, la moglie lo aveva lasciato e gli aveva impedito di rivedere i figli; allora aveva preso la sua vecchia station wagon caricata con tutto quello che possedeva ed aveva guidato sin dove aveva potuto: la costa europea di fronte all’Africa, uno dei grandi confini del mondo.

Facendo lavoretti si era comprato una barca su cui vivere (il vecchio peschereccio pieno  di rottami ed inclinato su un lato,  ora anche pieno di gatti) ed una barca su cui sognare, un vecchio sloop inglese da riparare.

 

Il lavoro sul catamarano era stato semplice e alla fine del giorno successivo aveva riparato e sistemato varie altre cosette; aveva guadagnato duecento euro ed una bottiglia di vino italiano: andava bene così.

Tornato a bordo chiamò di nuovo il gatto fuggiasco, ma non ci fu nessuna risposta. Si cucinò una minestra sul fornello unto, bevve il vino italiano e si mise a dormire, rassegnato alla perdita.

 

La mattina dopo, come d’abitudine, si svegliò con calma. Con il cuore pesante uscì per commissioni e si trattenne per tutto il pomeriggio.

Passando davanti alla chiesa del paese guardò il campanile e, senza pensarci, entrò; si rese conto che non andava in un posto simile da quando era bambino. La chiesa aveva archi alti ed era completamente dipinta di bianco; in una cappella laterale c’erano ex voto fatti con modelli di barche e quadretti con mari in tempesta e marinai che pregavano come dei fumetti.

“Che stupidaggini” pensò e fece per uscire, quando vide un tabernacolo con altri ex voto di parenti mai tornati dal mare. Senza un motivo, mise due euro nella cassetta ed accese una candela.

Al suo ritorno otto occhi gialli lo guardavano dalla falchetta del peschereccio in attesa della loro cena.

Sorrise e pianse e risalì a bordo per preparare la cena.

Giampaolo Cantini, libreria del mare, Storie del porto

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