Racconti di mare: Il controesodo di Giampaolo Cantini - Storie del Porto

Racconti di mare: Il controesodo

IL CONTROESODO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

All’inizio quasi nessuno ci fece caso o, piuttosto, quasi nessuno dichiarò di farci caso.

Iniziarono i cinesi, un po’ alla volta. Un negozio di casalinghi chiudeva in una via adiacente al corso, poi uno di abbigliamento in periferia, un altro casalinghi a poca distanza, poi quello che vendeva i led e le apparecchiature elettroniche a poco prezzo, poi era la volta di quel bar un po’ triste in periferia dove il barista aveva i capelli spettinati e alla cassa c’era quel ragazzotto cinese che sembrava uscito da un film di arti marziali. Chiusero anche quelli.

“Poco male” si disse la gente. “tanto coi cinesi chi ci ha mai fatto amicizia. Sono mafiosi!”

Però i proprietari delle mura dei negozi e i baristi spettinati (e con la forfora) rimasero senza affitto e senza stipendio.

 

Quando iniziarono a partire i filippini, la cosa iniziò a prendere un aspetto un po’ più definito. Negli aeroporti lunghe e ordinate code al gate per Manila.

Nelle case rimasero polvere e anziani lasciati soli dai figli e dai nipoti, anche perché le persone dell’Est, che li sostituivano nel frattempo, erano tornate a casa pure quelle. Romania, Moldavia, Ucraina… Con i loro pulmini che partivano dalla periferia delle città rientravano muratori, cameriere, badanti e anche delinquenti e mafiosi.

 

Tutti a casa a riprendere il lavoro nei campi e a godere le loro città, che nel frattempo erano diventate piene di luci, con i negozi forniti di ogni ben di dio, con i servizi pubblici e con la polizia che funzionavano e con le scuole piene di bambini.

Già, le scuole! Dopo che se ne furono ripartiti anche i peruviani, dovettero accorpare istituti su istituti: erano rimaste solo classi con bambini italiani, ma si trattava di 2 o 3 per classe. Adesso per portare i figli a scuola bisognava fare parecchi chilometri, visto che un quartiere solo non bastava più a riempirne una, ma ce ne volevano tre o anche quattro.

 

La partenza dei delinquenti aveva gettato nello sconforto coloro che si erano armati in casa, aspettando che qualcuno li rapinasse. Adesso non c’era neanche più la speranza che qualche est europeo gli si intrufolasse dentro casa. Questi passavano mestamente le loro giornate facendo al tirassegno con le lattine di birra vuote messe in cima ai muretti e scommettendo con i vicini di casa se avrebbero fatto centro o no.

 

Il primo egiziano che partì inventò una scusa: disse che doveva andare a visitare la Mecca, ma non tornò mai più. Lo seguirono i fratelli e poi i cugini e poi i cugini dei cugini.

Molti dissero: “Chi se ne importa, tanto a me il kebab fa schifo. Uno straniero di meno, meglio!”

Oltre ai kebabbari chiusero anche quasi tutte le pizzerie, perché i pizzettari erano egiziani.

 

Dopo gli egiziani partirono i marocchini e per avere una bottiglia d’acqua o una Coca Cola sulla spiaggia bisognava fare chilometri, visto che nessuno più la portava ai bagnanti. E, come queste, molte altre piccole comodità che tutti davano per scontate svanirono in uno schioccar di dita… Per non parlare dei cantieri edili che si fermarono quasi completamente.

 

Oltre al personale di servizio, alle badanti, ai muratori, partirono anche tutte le infermiere e i paramedici che lavoravano nelle cliniche private. Chi tornava in India, chi in Iran, chi in Sud America… Fatto sta che molte cliniche private si trovarono, da un giorno all’altro, senza nessuno che potesse seguire i malati. Sicuramente senza nessuno che lo facesse ai prezzi a cui lo facevano gli stranieri.

Il risultato fu che molte cliniche furono costrette a chiudere e quelle rimanenti facevano dei prezzi che si potevano permettere pochissime persone, che, tra l’altro, alla fine sceglievano di farsi curare all’estero.

 

Il momento più commovente fu quando partirono gli africani. Come le anguille tornano al Mar dei Sargassi, come i salmoni risalgono i fiumi dopo migliaia di chilometri di migrazioni seguendo un misterioso istinto, anche gli africani si ritrovarono in massa sulle spiagge del Sud Italia: Lampedusa, Catania, Siracusa, la Calabria, la Puglia. Partivano con ogni mezzo che galleggiasse e si allontanavano verso le coste del loro continente. Naturalmente qualcuno moriva durante il percorso, ma non gli importava: dovevano seguire il loro destino.

 

Il mercato agroalimentare subì un contraccolpo mortale. Nessuno raccoglieva più i pomodori, i cocomeri, le olive, le mele…  Nessuno caricava cassette sui trattori e sui camion. Gli italiani erano totalmente impreparati a fare quei lavori, ma non basta: nessuno era disposto a farlo ai prezzi che avevano accettato gli africani! Quindi, la frutta e gli ortaggi rimanevano sulle piante o marcivano a terra. La maggior parte delle imprese fu costretta a chiudere.

 

Quando i prezzi della terra furono al minimo, astuti mercanti tedeschi comprarono per un tozzo di pane quasi tutta la terra coltivabile e gli italiani, che una volta si erano rifiutati di fare quei lavori, nel giro di poco furono costretti a farli ai prezzi degli africani.

 

Quando se ne andarono anche i bangla, nessun negozio di frutta e verdura o di bibite rimase più aperto dopo le 7 di sera. Il risultato fu che nelle città sembrò che ci fosse il coprifuoco: non usciva quasi più nessuno.

 

Nel giro di un paio di anni il paese cambiò faccia. Per strada solo bianchi vecchi e vecchissimi. I pochi giovani che erano rimasti giravano con aria spersa.

 

I grandi supermercati e i centri commerciali piano piano chiusero e sembrò di essere ritornati agli Anni 70. L’alimentari di quartiere con un prodotto per ogni genere, abbigliamento senza griffe in cui si chiedeva un paio di calzoni o un paio di scarpe… Anche le automobili, oramai, erano solo italiane e di due o tre modelli, perché nessuno poteva più permettersi auto straniere, visto il tracollo che aveva subito l’economia. I voli low cost non fermavano più in Italia; c’era solo Alitalia e un biglietto Roma Milano tornò a costare come ai tempi delle lire, ma in euro: 450 euro andata e ritorno.

 

Adesso devo smettere di scrivere, tra poco scatta l’ora decisa per il  razionamento dell’energia elettrica e rischio di non poter salvare il racconto se mi staccano la corrente.

Giampaolo Cantini, Storie del porto

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