Racconti di mare: "Giulietta e Romeo" - Foto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Giulietta e Romeo

#lestoriedelcatamarano

GIULIETTA E ROMEO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

Le onde battevano dolcemente sulla banchina di porfido arsa dal sole, macchiata dalle alghe e dal guano degli uccelli marini.

La scia del sole sul mare formava una strada che arrivava davanti ai piedi di chi guardava, così compatta che sembrava di poterci camminare sopra. A quell’ora il molo era quasi vuoto; resisteva solo un chiosco, solitario come una garitta, ultimo avamposto prima delle trincee nemiche con i cecchini acquattati dentro.

L’uomo si avvicinò e chiese acqua, limone e sale. La bevve a sorsi lenti, gustando il salato che si fondeva con l’aspro, accarezzato dalle bollicine del selz che facevano prurito alla lingua. Quando ebbe finito, schioccò la lingua sul palato e si avviò verso le barche ormeggiate in fondo alla darsena, ai pontili galleggianti.

 

Era luglio a Catania, un luglio caldo e pigro. La città lavorava con il ritmo lento dei posti caldi e, dopo pranzo, tutti rimanevano chiusi negli uffici o in casa.

Pochi marinai si avventuravano per il  porto per commissioni o per spezzare la monotonia di una giornata di attesa a bordo. Era l’ultimo giorno di preparazione per le barche in partenza, perché di lì a poco sarebbero arrivati gli equipaggi dei charter per la nuova settimana.

In mezzo a monoscafi, più o meno della stessa dimensione, svettava il grande catamarano bianco con la coppia indaffarata a cambiare lenzuola e asciugamani, pulire cabine e fare il tagliando ai motori. I due andavano su e giù quasi senza parlarsi, seguendo un movimento coordinato in cui era evidente che ognuno sapeva esattamente dove mettere i piedi e cosa fare, un momento dopo l’altro.

 

Erano arrivati il giorno prima dalle Eolie, dopo quindici giorni di charter con due coppie di russi bevitori e mangiatori di aragoste; l’indomani sarebbe arrivata una famiglia dalla Spagna per accompagnarli sino a Cefalonia e fare poi il giro delle Isole Ioniche del Sud.

Gli spagnoli avevano resistito a tutti i tentativi di dissuasione relativi alla traversata e avevano voluto per forza raggiungerli a Catania, costringendoli, quindi, a preparare la barca in fretta e furia, fare cambusa, nafta e pulizie, perché sarebbero partiti subito dopo il loro arrivo.

 

I clienti arrivarono puntuali, una coppia della stessa loro età, vestita con semplicità ed eleganza. Arrivarono con il taxi di fronte alla barca; il marito si affrettò ad uscire dalla macchina per aiutare sua moglie a scendere, mentre i due bambini sgattaiolavano fuori per guardare il catamarano a bocca aperta. Il comandante e la sua metà, a loro volta, aspettavano di fronte alla passerella con la divisa della barca e la maglietta pulita. In pozzetto fiori freschi sul tavolo e nella dinette frutta fresca e la cambusa piena.

Dopo i  saluti e le cordialità di rito iniziarono l’imbarco dei bagagli e l’assegnazione delle cabine. In tutto quel bailamme, la spagnola non toccò più che il suo beauty case. Quello che il comandante non faceva in tempo a prendere il marito si affrettava a portare e a riporre nella cabina, sempre con un sorriso e una parola affettuosa per la moglie.

L’intercalare più frequente era “Amor de mi vida”.

 

Finito l’imbarco si era fatta sera; quindi, misero a tavola gli ospiti, servirono la cena e si predisposero a mollare gli ormeggi per percorrere le 230 miglia sino a Cefalonia. Sarebbero arrivati due giorni dopo .

La traversata trascorse tranquilla, in mezzo ad albe e tramonti pirotecnici e con un bel tonno pescato in mezzo allo Ionio.

Il lessico degli spagnoli durante il tragitto rimase in tono con l’inizio: “Amor de mi vida”, “Corazon”, “Mi vida”. Si guardavano negli occhi e si abbracciavano con un bicchiere di prosecco freddo, guardando il tramonto o i delfini. Di solito i bambini giocavano tranquilli in dinette.

Lui era attento ad ogni dettaglio: le chiedeva cosa gradisse e faceva in modo che avesse quello che desiderava un istante prima di essersi resa conto che lo desiderava.

 

La mattina del secondo giorno la hostess iniziò a guardare il consorte skipper con una vaga attesa in fondo agli occhi. Non che ci fosse niente di diverso dal solito… Il lavoro era come gli altri: di notte i turni, la mattina presto la colazione da preparare, si alternavano per il pranzo, lui raccontava nel suo spagnolo approssimativo avventure di mare intrattenendo gli ospiti…

Però… Però la mattina del secondo giorno lei si rese conto che da anni il marito si rivolgeva a lei con il tono con cui si sarebbe rivolto ad una stipendiata che lavorava per lui e cercava di ricordarsi se mai fosse stato vagamente affettuoso con lei come i loro ospiti tra di loro.

Quell’atmosfera di amore e armonia indicava, anche dolorosamente, che non era impossibile essere felici insieme.

 

Quando arrivarono ad Argostoli, due grandi tartarughe, buone padrone di casa, vennero loro incontro nella baia a dare il benvenuto. Lei servì il pranzo in tavola appena terminato di aiutare il marito ad ormeggiare in banchina. L’aria condizionata emetteva un ronzio sommesso.

Gli ospiti andarono a recuperare il sonno in cabina e i due si ritrovarono a pranzare, finalmente soli, in dinette. La stanchezza era tanta, ma non impedì a lei di preparare anche per loro una tavola ben apparecchiata e un pranzo degno.

 

Tentò un approccio dolce con il marito:

“Che bella traversata, sei stato bravissimo!”

“Vabbè! E’ andata come al solito. Per fortuna abbiamo evitato il tempaccio sullo stretto.”

“Vuoi vino?”

“Sì, grazie… così me ne vado in cuccetta a dormire.”

 

E così fu! Mentre lei lavava i piatti, lui andò nella sua cabina all’estrema prua a dormire.

Quando finalmente anche lei raggiunse la sua cameretta, nello scafo opposto a quello del marito, la temperatura era di 50 gradi e dalla cabina del marito usciva un russamento che superava anche il rumore del generatore acceso.

Sconsolata, fece il possibile per recuperare qualche minuto di sonno.

 

Per fortuna, la sera la famigliola degli ospiti andò alla scoperta della cittadina, cenando tutti e quattro al ristorante, e lei poté riposarsi, preparando di nuovo solo per due, ma si ripeté la scena del pranzo.

La tavola apparecchiata con una candela sopra, l’Etna Bianco nella glacette… Appena finito di cenare, il marito si mise a fissare l’iPad con le previsioni e la cartografia per i giorni successivi.

“Andiamo a Itaca domani?”

“Sgnh”

“Oppure potremmo andare ad Atokos: è così bella! Ti ricordi due anni fa?”

“Sghnar”

 

Capita l’antifona, smise di insistere  e, appena finito di rigovernare, andò in cuccetta, giusto in tempo per sentire gli spagnoli che rientravano.

“Amor cuidate de la paserela… Espera: te aiudo! Chicos esperais alla, ahora llego”

 

La cabina della coppia iberica era adiacente alla sua e, malgrado morisse di sonno, dovette partecipare suo malgrado all’amplesso  appassionato all’altro capo della paratia.

Facevano l’amore come due adolescenti.

Dopo cinque minuti, prese il pacchetto di sigarette che teneva nello stipo in fondo alla cuccetta per i casi di emergenza, salì a prua e si mise a fumare nervosamente per un tempo indefinito, guardando la luna che oramai era al terzo quarto e rivestiva il porto e le colline circostanti di luce azzurra come  un incantesimo.

Finalmente smisero e sentì che per qualche motivo lui stava salendo in dinette.

Ebbe una folgorazione: in una frazione di secondo si tolse la camicia da notte e si mise a farsi la doccia a prua, nuda sotto la luna.

Non era una ragazzina, ma portava bene i suoi quasi quarant’anni. Stava in piedi girata verso la baia, con la pelle bagnata lucida e azzurra, con la doccetta di bordo in mano… Si insaponava lentamente. Sapeva che non poteva non essere vista da una persona che fosse salita in quadrato.

Quando ebbe finito chiuse la doccia, si asciugò con calma e si rimise in cuccetta.

Il russamento dallo scafo accanto non si era interrotto neanche per un secondo.

 

Il giorno seguente, di buon ora, mentre lei preparava la colazione, il maritino modello salì come di consueto per prendere il caffè da  portare alla moglie in cabina, mentre tutti gli altri ancora dormivano.

Quella mattina la guardò fisso e non le tolse gli occhi di dosso per tutto il tempo che ci mise a caricare la macchina Nespresso e a preparare il caffè… E non fu poco, perché continuò a sbagliare la cialda da inserire.

E cercava e parlava e guardava.

Lei sorrideva, facendo finta di non accorgersi della nuova attenzione, mentre continuava a preparare tè, succhi di frutta e pane tostato. Invece dei soliti bermuda blu, aveva messo gli short di jeans e una camicetta bianca immacolata.

 

La crociera proseguì quasi tranquilla per altri tre giorni.

Quando arrivarono a Kastos fu necessario scendere per andare a cercare provviste fresche e, siccome erano alla fonda, doveva sbarcare lei da sola per non lasciare incustodita la barca. Lo spagnolo si offrì di accompagnarla. La cosa sul momento non piacque alla moglie, ma lui intavolò una serie di scuse e salì sul gommone di servizio con lei, mentre i bambini facevano una gara di tuffi da prua.

Racconti di mare: Giulietta e Romeo - Photo courtesy: Giampaolo Cantini
Photo Courtesy: Giampaolo Cantini

Arrivati a terra si guardarono intorno e si addentrarono nel minuscolo villaggio. Dopo aver voltato il primo angolo, senza dirsi niente, si guardarono e si baciarono come sub a corto di aria. La passeggiata proseguì tra spesa e baci e terminò con un amplesso in mezzo alla natura, veloce ma degno di un telefilm.

Al rientro, lei si mise a preparare il pranzo, mentre lui preparò il solito cocktail aperitivo per la moglie. Dell’accaduto non si parlò più, ma con il passar delle ore la moglie aveva un lampo di insicurezza negli occhi che non riusciva a definire.

 

Dopo due giorni, la vacanza degli spagnoli terminò: la coppia sbarcò di nuovo ad Argostoli insieme ai suoi bambini entusiasti, con saluti e complimenti.

Anche se non tutti seppero il perché,  più di una persona si sentì sollevata.

Giampaolo Cantini, Storie del porto

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