Racconti di mare: Buio - Storie del porto di Giampaolo Cantini

Racconti di mare: Buio

BUIO

di Giampaolo Cantini

Racconto gentilmente concesso da “Storie del porto

 

 

La notte era nera come un bicchiere d’inchiostro. Il ragazzo aveva il fiatone, non sapeva più per quanto aveva corso zigzagando tra i vicoli sbrecciati che puzzavano di orina.

Gli facevano male le ossa e aveva due ferite rimarginate male sotto l’occhio destro, che era chiuso e pesto. Gli faceva male anche l’aria che lo colpiva sul viso.

 

Sentì di nuovo le voci degli inseguitori in quella lingua che non capiva, vide una botola su una parete e ci strisciò dentro. Era una vecchia carbonaia; si strinse in un angolo ed aspettò che passassero oltre, scosso dai tremori.

 

Continuò a stare lì per la mezz’ora successiva, un po’ per paura che tornassero indietro, un po’ per recuperare. Era notte fonda quando strisciò fuori di nuovo, nel vicolo.

Non sapeva dove si trovava, ma sentiva una brezza fresca che odorava di alghe e andò in quella direzione.

Arrivò alla fine delle case, di fronte ad una lunga grata che separava la strada dalla spiaggia, e per un po’ stette a guardare.

In lontananza, sulla spiaggia, poteva distinguere una piccola folla da cui due torce elettriche fendevano il buio. Non parlava quasi nessuno, solo i due con le torce ogni tanto dicevano qualcosa e gli altri si muovevano.

 

Dopo qualche minuto il ragazzo iniziò a camminare scorrendo lungo la grata, tenendosi   basso, e si avvicinò al gruppo di persone. Da un punto della cancellata in cui mancavano due sbarre si infilò ed uscì sulla spiaggia.

 

Un po’ per l’oscurità, un po’ perché erano tutti indaffarati, non gli fece caso nessuno; quando fu più vicino prese una maniglia del gommone e si unì al gruppo che lo stava mettendo in acqua.

Quando l’imbarcazione iniziò a galleggiare, si appoggiò istintivamente alla maniglia del canotto. Non sapeva nuotare e l’acqua gli dava il panico; poi, qualcuno lo spinse e si trovò anche lui a bordo con tutti gli altri.

Rimase in silenzio e si strinse in un angolo. Anche gli altri erano silenziosi, solo i due con le torce continuavano a dare ordini di quando in quando in tono basso e secco, ma lui non li capiva.

Poi qualcuno accese il fuoribordo e il gommone iniziò a muoversi. Quelli con le torce erano rimasti a terra e ora urlavano: “GO, GO, GO”.

 

Il gommone arrancò  sulle onde che frangevano, per fortuna basse, e piano piano prese il largo. Il ragazzo si addormentò.

Quando riaprì gli occhi era da poco salito il sole; sentiva l’aria dell’alba sul viso, aveva ancora le scarpe bagnate e piene di sabbia.

Guardò le facce di quelli che lo circondavano: erano donne e uomini di tutte le età, poteva riconoscere la provenienza di qualcuno, ma non di tutti. Non si vedeva più la costa da nessuna parte, il gommone era morbido e seguiva l’andamento delle onde, il motore chiocciava monotono.

Passarono vicino ad una grossa tartaruga marina che caracollò spostata dalle onde del canotto, alzando le zampe anteriori. I passeggeri del canotto emisero un grido di gioia in cui si scioglieva la tensione della partenza e della notte in mare.

Il ragazzo si guardò intorno e pensò alla maglia del Real Madrid, che aveva addosso suo cugino nella foto che gli aveva mandato l’anno prima sul telefonino. Si alzò il bavero della camicia e guardò verso l’orizzonte.

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